domenica 16 aprile 2017

MIEI CARI LETTORI
ORA POTETE SEGUIRE IL MIO SITO
A QUESTO INDIRIZZO:
https://isabellagasperini.com/




Troverete una nuova impaginazione e
tanti spunti e emozioni da condividere come sempre!

Vi ringrazio per seguirmi,
Io e voi insieme nell'intento di contaminare il calcio giovanile
con una mentalità sana e costruttiva.

Isabella Gasperini

domenica 29 gennaio 2017

Che gioia vederli giocare

Una cosa è accompagnare a una gara nostro figlio o l’atleta che si allena, ricercando l’ebbrezza della vittoria. Una cosa è vivere tale momento rapiti da particolari a cui abitualmente non si fa caso. Come l’aspetto suggestivo delle orme di tanti tacchetti su un campo di calcio in terra battuta, che fanno di esso un libro firmato dalle energie e dalle storie di tanti. Come la freschezza emanata dalle zolle strapazzate di un campo in erba dopo una partita di rugby, segni di passaggi pensati e vissuti, di scontri e alleanze che in quel luogo concedono alla terra di farsi sentire viva…
Quando sensazioni come queste si confondono con le risa di bambini che si fanno la doccia dopo aver liberato il loro entusiasmo in un campo di terra o d’erba, allora vivere lo sport diviene l’occasione per essere destinatari di un’esperienza speciale....


Nel supportare i giovani atleti si ha l’opportunità di sentirsi appagati e generosi al tempo stesso. Si può acquisire energia dai bambini e se ne può donare tanta a loro, impazienti di assimilare dai grandi la forza per crescere. Un dare-avere che permette a giovani e adulti di arricchirsi vicendevolmente ogni qualvolta si pratica uno sport.


Per me non è stato difficile essere coinvolta dalla magica atmosfera dello sport perché era questo che cercavo. Frequentando l’ambiente sportivo dei giovani mi sono resa conto che spesso le persone non riescono a cogliere tali sfumature e i motivi sono svariati. Tra tutti emerge il condizionamento che l’ambiente sociale ha su ognuno di noi, per cui lo sport praticato dai bambini è alla stregua dello sport degli adulti, impoverito della sua dimensione di gioco e spontaneità, concentrato sul risultato sorprendente e sul desiderio di emergere, elementi che stonano nel contesto giovanile. Eppure molti genitori si appropriano di questa mentalità, che procura atteggiamenti negativi nei confronti dei loro figli e che di sicuro non attuerebbero se fossero adeguatamente informati.
A volte corrono questo rischio anche gli istruttori, soprattutto quelli che non sono preparati adeguatamente, ma da appassionati di sport, si improvvisano tali.
Lo sport dei bambini è ben altro. È uno spazio di crescita, dove si impara a stare insieme a se stessi e agli altri.
.......
Si deve tendere a un approccio più genuino alle discipline sportive e predisporsi a riconoscerle ricche di elementi educativi e di strategie utili a vivere.


Ognuno di noi, accostandosi allo sport giovanile in tal modo, può dare il suo prezioso contributo alla crescita degli atleti di cui si occupa: l’importante è accingersi, informarsi e riflettere. Per fare questo, tuttavia, prima di ogni altra cosa, bisogna amare lo sport. Ma ancor prima è essenziale amare i bambini.
da "Uno sport per crescere" Isabella Gasperini, ed.  Franco Angeli

martedì 24 gennaio 2017

VOGLIO SOLO CHE SI DIVERTA



"Ci sono genitori che riferendosi all'attività sportiva praticata dal figlio affermano: "voglio solo che si diverta", poi in partita, quando i freni dell'autocontrollo cedono, le motivazioni inespresse si affermano in modo prorompente.
In questi casi tali genitori, non rispettando il confine emotivo che dovrebbe distinguerli dal proprio bambino, presi dalla foga, si sentono vincenti se la squadra del loro figlio vince, e si sentono perdenti se perde.
Essi vivono la sconfitta sulla loro pelle come se fossero stati investiti da una grande delusione che li riguarda in prima persona. Ciò accade mentre i bambini, sotto la doccia, cantano e scherzano perchè si sono già dimenticati tutto.
Affinché ciò non avvenga bisognerebbe comprendere le ragioni per cui si cade in tale tranello mentale, a volte involontario, a volte palpabile ma negato.
In questi casi è importante il ruolo dello psicologo dello sport in una Scuola Calcio perché rappresenta per i genitori l'occasione per capire le ragioni per cui tale aspetto di se stessi e tanti altri possono sfuggire procurando danni all'evolversi della vita e delle scelte dei propri figli".
Dal libro "Scuola Calcio" di Isabella Gasperini


giovedì 17 novembre 2016

Ruggisci portiere!


"Il mondo del portiere è fatto di piccoli dettagli, un pallone e una porta. Due pali e una traversa che racchiudono un pezzo di cielo da proteggere. Quello spicchio di cielo dove brillano i sogni non solo del portiere ma di una squadra. Lui, il portiere, ogni volta che scende in campo protegge quello spazio per sé e per tutti gli altri. A volte ci riesce, a volte no. In ogni caso le sue mani si trasformano in artigli, gli stessi artigli con cui il leone difende il suo branco. Ogni suo gesto é un ruggito fatto di una passione singolare. Perché il portiere è uno. Egli è sempre e per sempre il numero 1 che porta impresso a caratteri d'oro sulla sua anima. Vola portiere, ruggisci. E non dimenticare mai che sei ricco della tua belligerante dignità". 


lunedì 7 novembre 2016

Prato Stefano: un mister consapevole

Da un post scritto da Prato Stefano sul suo account di Facebook: 

Per conoscere un giovane è necessario guardarlo, ma guardare un giovane non è facile...
I nostri occhi spesso guardano solo ciò che sanno vedere.
' ISTRUIRE ' i nostri occhi in favore dei giovani non è mai abbastanza.
#responsabilita' #rispetto #pazienza #studio



Queste parole per una Psicologa dello Sport come me, che investe prima di tutto sulle emozioni, che crede nel ruolo dell'allenatore ma sostiene che la formazione debba partire dal profondo, ciò che Prato Stefano ha scritto è come una cometa...

Dopo aver letto questo post che ha scritto gli rispondo così:
"Per me tu sei un grande maestro Prato Stefano! Sei l'esempio di ciò che accade quando un mister sta bene con se stesso, e di conseguenza riesce a vedere nitidamente i suoi allievi e non come la proiezione delle sue emozioni. A volte gli allievi più scontrosi, con cui non si riesce a stabilire un buon rapporto, sono quelli che ci ricordano i nostri difetti e le nostre solitudini... Stefano tu sai accogliere e comprendere tutti i tuoi allievi perché sei in pace con te stesso e quindi capace di emanare un'energia talmente positiva da veder realizzare i sogni e gli obbiettivi che fortemente desideri. E noi che ti seguiamo con affetto e stima abbiamo assistito a questo. Per tutto ciò ai miei corsi io ti porto come esempio. Perché il mister, il preparatore dei portieri, deve investire su di sé prima di tutto. Deve investire sulle emozioni. Come fai tu".

Così mi ha risposto il Mister su Facebook:
"Isabella sono senza parole. Mi hai scritto delle frasi bellissime, fossi qui vicino a me ti darei un bacio, mi hai letto l'animo. 
Le emozioni sono alla base di ciò per cui lavoriamo, sono il motore che ci spinge follemente ... L'emozione per cui lavoro e lotto da sempre è il condividere il campo con giovani soddisfatti per ciò che sono e per quanto fanno, è riuscire a leggere la felicita nei loro occhi nel sentirsi pienamente protagonisti dei propri cambiamenti. 
Possono apparire sciocchezze a chi vive il mondo giovanile con superficialità, ma non è così, ricordiamo sempre che un giovane non deve essere mai visto come un vaso da riempire bensì come una fiaccola da accendere, le vere emozioni nello sport sono queste, partono da qui. 
Grazie Isabella sei una vera Amica, un grande abbraccio ❤️"

Ecco cosa intendo quando parlo di mister consapevole. Chi non investe sulle emozioni, investe sulla fortuna, sul caso, perché tutto è in balia di tutto. È come un pittore che decidere di esprimere il suo talento impugnando il pennello ed iniziando a calcare la tela ad occhi chiusi.



sabato 22 ottobre 2016

Il calcio lo facciamo noi

Nelle mie famiglie sportive c'è anche il Segni Calcio... con il suo campo immerso nella natura dove, nel silenzio, un preparatore dei portieri e il suo allievo mostrano le fattezze di un legame totale fatto di sintonia, empatia e passione. 


Il calcio è anche questo. Non è solo esasperazione per il risultato, business, cieca ambizione. Il calcio è fatto di momenti di magia, quella semplice, quella fatta di magliette piegate e pronte per le partite che si disputeranno il sabato, di ragazzi che, dopo l'allenamento si fermano al bar del centro sportivo per farsi una partita a carte, di allenatori che ti accolgono con la gioia con cui si apre la porta di casa agli amici perché, da psicologa dello sport, rappresenti i sentimenti e le emozioni e loro hanno voglia di riflettere sul loro modo di relazionarsi agli allievi, di fare bene il loro compito di educatori. Ieri pomeriggio insieme a tutti i componenti del Segni Calcio sono stata bene ed ho vissuto uno di quei momenti in cui mi riempio di energia e mi ostino ancora di più a sostenere questo sport tanto bello che ha bisogno di depurarsi dalle brutture e dalle esasperazioni che non appartengono a lui, ma a noi esseri umani. Perché di per sè il gioco del calcio è poesia, come quella di una Scuola Calcio avvolta nell'aria fresca che sa di montagna e nella generosità della gente vera.

giovedì 13 ottobre 2016

Bambini che sembrano ingestibili. Come deve comportarsi ilmister?


Ci sono bambini appartenenti alle categorie Piccoli Amici (5 anni) e Primi Calci (6-7 anni) che in un gruppo di piccoli "Soli splendenti" egocentrici e vivaci, convinti che il mondo giri attorno ad ognuno di loro, sembrano seguire un'altra orbita.... 
E mentre tutti calciano nel loro individualismo cadenzato all'unisono, loro tirano lontano il pallone e poi corrono a prenderlo, oppure prendono una manciata di gommini e li lanciano in faccia ad un compagno intento a manovrare con i suoi piedini una palla che volteggia briosa! L'istruttore, immerso in una vivacità dalle mille sfumature spesso dopo un po' non sa più cosa fare perché la sua pazienza e la sua estrema attenzione a gestire tutti i bambini, e in particolare quelli che fanno supporre che ci sia in loro una problematica non rivelata dai genitori, si esaurisce fisiologicamente.

Cosa fare a questo punto? 
In certi casi ribadisco quello che affermo sempre parlando con i mister: dire cosa fare non risolverebbe nulla. Invece è importante comprendere cosa essere. Si, cosa essere, chiedersi quali reazioni stimola quel bambino su di noi, se si tratta di rabbia, tenerezza, nervosismo. Poi chiedersi, perché quel bambino suscita in noi certe reazioni e se assomigliano alle stesse reazioni che abbiamo nei confronti di noi stessi quando sbagliamo qualcosa, quando abbiamo l'impressione di essere inadeguati o di non piacere a qualcuno o quando abbiamo avuto l'impressione da bambini di non essere apprezzati. 
A volte i bambini cosiddetti "ingestibili" sono bambini che AL MOMENTO hanno una difficoltà da risolvere, che può essere di natura cognitiva, emotiva, relazionale, sono bambini che potrebbero subire un conflitto familiare senza riuscire a tollerarlo, sono bambini osteggiati a scuola per la loro vivacità. Sono bambini in qualche modo non accolti, proprio come ognuno di noi spesso non accoglie, senza rendersene conto, i propri difetti, i propri limiti, le delusioni subite, lo smacco di persone affettivamente importanti. Quei bambini sono predisposti a diventare dentro di noi lo specchio di tutto ciò. Lo specchio dei limiti dell'adulto che si relaziona con loro. Anche del mister che li segue in campo, il quale è un essere umano con la sua storia, con le sue ombre e con le sue luci. E siccome gli istruttori della scuola calcio si avvalgono di una luce speciale, quella della passione, ai miei cari istruttori dico di affidarsi a quella luce e abbracciare quel bambino, tenerselo vicino dandogli mano, coinvolgerlo nel distribuire i fratini ai compagni o nel mettere a posto i cinesini a fine allenamento. E quando il bambino in questione improvvisamente tirerà un calcio a un compagno con tutta la rabbia che ha dentro, inginocchiarsi a lui in modo che i suoi occhi siano proprio di fronte a quelli del mister per dirgli "fai attenzione la prossima volta" ma dirglielo con tutto l'amore possibile, lo stesso amore infinito con cui, grazie a quel bambino, il mister potrà abbracciare i nostri difetti, i propri limiti, fino a riprenderseli, dopo averli specchiati sul bambino e a tenerli con sé stretti stretti, perché ogni difetto, ogni piega oscura di noi stessi, è una crepa da cui può entrare la luce. Allora agli occhi dell'istruttore apparirà, come per incanto, il bambino che è stato e lo vedrà correre in ogni piccolo allievo che gli schiamazza attorno vivace nella sua meravigliosa fanciullezza.

sabato 8 ottobre 2016

Il portiere e la sua mente

di Roberto Babini e Isabella Gasperini 

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista l'Allenatore Notiziario dell'AIAC

Se ci si pone ad osservare il calcio estrapolandosi dalle azioni di gioco, concentrando invece l’attenzione sui suoi protagonisti, ci si rende conto che il modo in cui vive la gara il portiere è completamente differente da come la affrontano gli altri giocatori. In lui è esaltata la tenacia a non demordere, la freddezza che gli permette di controllare la situazione, perché il portiere è abituato a reagire ai goal subiti, ma anche a non esaltarsi troppo se compie una bella parata, per mantenere intatta la sua concentrazione. Il suo temperamento fatto di vigore, resistenza, solidità emotiva, si forgia nel tempo, si raffina attraverso le esperienze spigolose alle quali egli è sottoposto continuamente. È il risultato di una serie sconfinata di prove negative che è stato costretto a superare se, come portiere, voleva sopravvivere. Proprio come avviene nella sopravvivenza delle razze pregiate in natura, che divengono appunto pregiate perché rare. Tra i pali la mente di chi sceglie di giocare in porta si leviga, il carattere si scalfisce, soprattutto perché si è costretti ad imparare a farsi scivolare addosso gli eventi negativi. E in questo modo ci si rafforza. 
Sapere che le proprie mani sono in grado di bloccare l’azione di un’intera squadra, rende il portiere un grande estimatore di se stesso, e tale elemento soprattutto su un bambino in crescita che sceglie di praticare questo ruolo, può essere fondamentale. Perché i palloni da parare nella vita saranno tanti, e facendo il portiere si possono acquisire delle strategie utili non solo in campo ma nella quotidianità. Tali strategie si assorbono dal fare esperienza di una serie sconfinata di traversie, che iniziano da quando i portieri, da bambini, scendono in campo con i guantoni più grandi di loro e tentano goffi ed impacciati con quei pantaloni imbottiti, di bloccare la palla che continua a volteggiare dietro di loro.



Crescendo, si devono abituare a sopportare eventi a loro sfavore, come le grida esultanti dei genitori dei bambini avversari, nel momento in cui loro sono disperati e vorrebbero piangere perché quel goal subito li fa sentire distrutti, come quando un po’ più grandi, si sentono dire dai compagni che hanno perso la partita, per un goal stupido che ha preso il portiere, o che gli sbagli del portiere sono papere e quelli di loro giocatori sono lisci
Per non parlare dei portieri che si apprestano a praticare l’agonismo, ce la mettono tutta per acquisire la fiducia dei compagni, e sanno che poi basta un episodio negativo per vedersi smontare tutta la stima faticosamente costruita.
Ma se ci si accinge a guardare un portiere in campo a tutto ciò non si pensa, la definizione di questo ruolo che si è strutturata nel tempo, è fondata sulla superficialità di ciò che si osserva, e colui che sta in porta, viene visto semplicemente come un giocatore ai limiti dell’area che all’improvviso entra nella visione del gioco e scompare nel momento che la palla viene rimessa in campo. Di rado egli viene concepito come l’ultimo uomo della difesa di cui fa parte, e se subisce un goal, raramente questo episodio viene letto come un evento di cui tutta la difesa può essere responsabile. Anche i compagni stessi, spesso non si rendono conto che mentre il loro compito, è quello di conquistare e difendere la palla, quello del portiere è ben diverso, visto che consiste nel dominare la meta ambita dagli avversari. Il suo ruolo, attribuisce al portiere un grande senso di responsabilità, perchè egli è cosciente che un suo sbaglio può essere fondamentale per cambiare il risultato. Ciò lo predispone ad essere sottoposto a critiche a volte gratuite ed immeritate, che ledono sulla sua autostima. Questo perchè i giudizi sui suoi interventi, si caratterizzano con facilità dall’assenza di attenuanti. Al portiere nella maggior parte delle situazioni non viene perdonato niente, ed è facile che ci si ricordi di lui soltanto in relazione all’ultimo errore compiuto. Anche se la sua partita risulta impeccabile, prendere un goal all’ultimo minuto, non verrà mai giudicato con lo stesso atteggiamento utilizzato per un attaccante che all’ultimo momento sbaglia un goal davanti alla porta.
Capri espiatori per eccellenza, depositari della rabbia dei tifosi e dei giocatori in ogni caso, in ogni circostanza, perché perdere fa male a tutti e bisogna prendersela con qualcuno, trovare un motivo che spesso nasconde a se stessi la consapevolezza delle vere ragioni di un risultato deprimente. È più facile negare che il proprio figlio o la propria squadra abbia compiuto una prestazione mediocre, e prendersela con il portiere perchè ha parato male. In realtà bisognerebbe invece rendersi conto nel giudicare il gioco compiuto in campo (ma è proprio necessario dover per forza giudicare?), che spesso si perde non perché il portiere non è riuscito a parare, ma semplicemente perché gli altri giocatori non sono riusciti a mettere la palla in porta. È come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ogni evento può essere letto attraverso una duplice angolatura. E così ogni volta che entra in campo, il portiere si accinge a compiere una sfida verso se stesso e verso gli altri, e ciò richiede molta fermezza e tenacia. Egli gioca per vincere e per scongiurare quindi la sconfitta come tutti gli altri, ma la partita è per lui una sfida dai toni più accesi, perché come un ottimo intervento lo innalza sul podio più alto, rappresentando la negazione dell’esultanza dell’avversario e lo scampato pericolo per il suo gruppo, la palla che entra lo rende inequivocabilmente responsabile della sconfitta di tutti.
L’entusiasmo della sua parata, spesso dura poco, perché per mantenere la concentrazione non può soffermarsi troppo su ciò che gli è ben riuscito. E questo lo distingue enormemente dalle reazioni del compagno che fa goal e che viene festeggiato anche in modo plateale da maglie che si tolgono, da capriole e giri intorno alle bandierine. Il compagno che fa goal concede alla squadra di esplodere la tensione accumulata, quindi dona un momento che carica ogni elemento del gruppo, esperienza che il portiere può sperimentare raramente in relazione ad un suo intervento, giusto ad un calcio di rigore parato ai tempi supplementari. Tuttavia tutte le situazioni negative che sperimenta sulla sua pelle, tutte le critiche che con facilità lo colpevolizzano, lo fanno crescere di più a livello caratteriale, rispetto agli altri giocatori. Accade con una certa frequenza che i portieri riescono a giocare ad ottimi livelli anche dopo i 40 anni, non solo perché fisicamente si logorano meno (pur allenandosi duramente e più volte degli altri) ma anche perchè il loro stato d’animo è meno vulnerabile, visto che sin da piccoli hanno imparato a confrontarsi con situazioni frustranti, come sopportare lo stress di essere sempre attenti e vigili, anche quando il gioco si compie lontano da lui; o mostrarsi resistenti alle prese in giro ed alle pacche di commiato dei compagni che invece di confortare dopo un goal subito tendono a deprimere;o dover mantenere inamovibile la stima in se stessi, pur avendo compiuto in precedenza un errore. Ma soprattutto ciò che rafforza la mente di un portiere è la capacità di tollerare in campo il proprio senso di solitudine, nonostante egli faccia parte di un gruppo. Il portiere deve gestire le sue emozioni da solo, essendo queste diverse da quelle di tutti gli altri: lui protegge la porta, mentre per gli altri la porta è l’elemento da varcare. Il suo abbigliamento diverso, la sua postura, il fatto che il suo lavoro consiste nel muovere sapientemente le mani più che i piedi, lo rendono consapevole del suo essere un’altra cosa, e lui sa che i compagni non possono comprenderlo a fondo, semplicemente perché non sono portieri. La maggior parte delle volte tutto ciò rimane nascosto nell’inconsapevolezza, perché non è evidenziato al gruppo, il portiere non è aiutato ad essere compreso dalla squadra, forse semplicemente perché nella mentalità comune a questo non si pensa. Dagli spalti si segue la partita e l’attenzione in gran parte del tempo è rivolta ai giocatori che si competono la palla. Il portiere sta lì, a bordo campo, e nessuno si sofferma a leggere tra le righe, a riflettere che in ogni attimo della partita egli è vigile e pronto a reagire. Ogni azione osservata tra i pali, aumenta il suo livello di adrenalina, ed egli accumula energia, la sente premere sotto la sua pelle smaniosa di irrompere. Ma spesso quando la palla si dirige verso di lui, e l’occasione per potersi sfogare finalmente si presenta, deve fare i conti con una serie di situazioni avverse, come la consapevolezza che i compagni in difesa non sono disposti adeguatamente, analogamente alla foga dell’attaccante che vuole prorompere la porta. 
Così per lui agire diviene sinonimo di saldezza ed estraneità da ogni stimolo esterno. Nel momento in cui entra in gioco per difendere la porta, deve essere capace di annullare ogni pensiero, e di farsi scivolare via la paura che l’avversario possa travalicare quello spazio che lui sta presidiando con tutte le sue forze.Il suo impeto esplode comunque nell’azione rivolta a bloccare la palla, e se non ci riesce, sentire il pubblico che esulta perché è stato fatto goal, vedere gli avversari che si abbracciano confusi con i suoi compagni delusi, rappresenta per ogni portiere un elemento che disorienta ed al momento stesso distrugge, perché è come se quel mondo che metaforicamente il campo rappresenta ad averlo sbeffeggiato. Non c’è complicità per la sua desolazione, anzi spesso è acuita dalle critiche dei compagniE qui entra in gioco la persona che si nasconde dietro i guantoni ed i pantaloni imbottiti. Bisogna essere veramente forti per poter essere in grado di riprendere tutti i pezzettini di sé frantumati dal goal subito e dalle critiche, e ritrovare la motivazione giusta per rimettersi subito in gioco con entusiasmo. Il portiere ci riesce perché serba in sé una preziosa consapevolezza acquisita dalla sua esperienza: quella che ogni sogno infranto può essere riscattato. Egli vive questa emozione ogni volta che si rialza da terra dopo che la palla ha varcato quella porta che inutilmente ha tentato di difendere, ed ogni volta, in ogni caso, ha sempre il coraggio di rialzare la testa, e porsi come un leone in procinto di attaccare tra i due pali, a sbandierare la sua fierezza e la sua belligerante dignità.
Ecco da dove proviene la ragione per cui i portieri, utilizzando una metafora adeguata al business che è diventato il calcio, possono essere concepiti una merce rara. Ce ne sono pochi, perché non tutti se la sentono di rischiare se stessi e l’integrità della propria autostima mettendosi in porta. Per certi versi si sta più tranquilli al centrocampo, o in difesa o all’attacco, dove può delinearsi l’opportunità, seppure utilizzata da pochi e raramente, di evitare di farsi coinvolgere, cosa che il portiere non può fare. Lui deve parare e basta. E così tanti aspiranti calciatori, pur provando a mettersi in porta, ben presto preferiscono“giocare sotto”, dove si può scegliere ogni volta se farsi coinvolgere o no dall’azione, lasciando gestire la porta da chi, avendo coraggio da vendere, si mette in gioco in ogni caso.È quindi necessario salvaguardare di più lo stato d’animo di questa razza pregiata in via di estinzione. Il ruolo del portiere necessita più rispetto, e per garantire questo c’è bisogno di maggiore attenzione per il suo operato, da parte del contesto sportivo, dei compagni di squadra, del pubblico e dei mass media. Soppesare in modo frettoloso ciò che si osserva praticare dagli altri, rientra in un qualunquismo calcistico, che è difficile demolire, tutti si sentono capaci di suggerire alternative incompiute che avrebbero salvato il risultato, e questo atteggiamento spesso con i portieri è esaltato.Bisognerebbe far capire a chi osserva la partita che oltre a dirigere la difesa, il portiere accumula le tensioni di tutti ed è portatore della responsabilità di difendere quello che in campo si costruisce, anche quando sembra che per colpa sua il lavoro del gruppo venga distrutto.Il calcio, come ogni altra disciplina, andrebbe quindi associato ad una lettura più attenta, e parlare alla squadra spiegando che quel compagno che sta tra i pali ha un ruolo diverso, verso il quale la tolleranza deve iniziare proprio dentro l’area di gioco, può essere utile per garantire al portiere di divertirsi di più.

sabato 17 settembre 2016

Il mister deve investire sulle sue emozioni


Essere capitano della propria anima significa potersi avvalere di un equilibrio interiore tale da affrontare ogni circostanza con obiettività e senso della realtà. Significa affrontare le situazioni imprevedibili che si presentano con una saggezza immediata. Perché ci si avvale di una tale stabilità emotiva e decisionalità da muovere ogni passo con tranquilla fermezza, riuscendo ad essere assertivo di fronte agli eventi in cui ci si imbatte osteggiati dalle avversità. E al contempo ci si avvale di una flessibilità tale da trasformare il timore e la frustrazione in forza d'animo e capacità di resistere. Tutto ciò è possibile attraverso l'esercizio ostinato che ha come obbiettivo il miglioramento di se stessi.

Un mister riesce a far questo quando giunge ad essere capace di riconoscere i propri limiti, quando è in grado di apprezzare e utilizzare le sue qualità introspettive. Ciò gli concede un'oculatezza tale da renderlo lucido e obiettivo nella valutazione degli eventi e di conseguenza libero dai vincoli della vittoria finalizzata a mostrare il suo valore di tecnico, perché egli sa quale sia il suo valore e non ha la necessità di dimostrarlo.

La crescita interiore del mister diviene un boomerang che volge verso gli atleti affascinati dalla sua fermezza, rassicurati dalla sua serenità, e accolti dalla sua capacità di comprendere. È partendo dalla rete emotiva che si scatena il miglioramento degli allievi, risultato che torna come un boomerang a beneficiare il mister di soddisfazione e entusiasmo. 

Allenare non può limitarsi a impartire nozioni tecnico-tattiche. Sarebbe come imparare a leggere attraverso un vocabolario. Per far apprendere il calcio a dei giovani allievi, come per qualsiasi altra competenza, colui che allena dovrebbe avvalersi della conoscenza delle emozioni, beneficiando quindi di una competenza fondamentale per muoversi in un contesto dove le emozioni di tanti esseri umani si intrecciano. È quindi necessario che la formazione del mister si avvalga di una alfabetizzazione emotiva, proposta da questo libro, e che il mister possa conoscere ed utilizzare degli strumenti che rappresentino chiavi di lettura delle circostanze e paracaduti emotivi da utilizzare per affrontare momenti di stress e problematiche nelle relazioni con i bambini, con genitori e con i collaboratori.


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venerdì 13 novembre 2015

Osservare il portiere per imparare a non demordere mai

Grazie a "Portieri -Nati per volare" per aver diffuso questo testo che ho scritto tempo fa e che dedico a mio figlio Alessio, portiere e attualmente preparatore dei portieri.



"Se ci si pone un attimo ad osservare il gioco del calcio estrapolandosi da esso, come è possibile da chi non lo pratica ma da chi, come me, da esso si fa rapire, è possibile rendersi conto che il mondo interiore del portiere è completamente differente da quello degli altri giocatori. In esso viene esaltata la tenacia di non demordere, la capacità di consolarsi immediatamente da un evento negativo, perché è abituato a reagire ai goal subiti, ma anche a non esaltarsi troppo se compie una bella parata per mantenere intatta la sua concentrazione. 
Questo perché il suo temperamento fatto di vigore, resistenza, solidità emotiva, si forgia nel tempo, si raffina attraverso le esperienze spigolose al quale è sottoposto continuamente. E’ il risultato di una serie sconfinata di prove negative che è stato costretto a superare se, come portiere, voleva sopravvivere. Proprio come avviene nella sopravvivenza delle razze pregiate in natura, che divengono appunto pregiate perché rare, tali da essere il risultato di una selezione naturale provocata dalla esclusione di quegli elementi che non sono riusciti a sottrarsi alle avversità che le hanno investite. Quali sono suddette traversie nel caso dei portieri? Infinite. Iniziano da quando, da bambini, 
scendono in campo con i guantoni così sproporzionati alle loro dimensioni, e tentano goffi ed impacciati con quei pantaloni imbottiti, di bloccare la palla che continua a volteggiare 
dietro di loro. Quando si devono abituare a sopportare le grida esultanti dei genitori dei bambini avversari, nel momento in cui loro sono disperati e vorrebbero piangere perché quel goal subito li fa sentire distrutti. O quando un po’ più grandi, si sentono dire dai compagni che hanno perso la partita, per un goal stupido che ha preso il portiere, o che gli sbagli del portiere sono papere e quelli di loro giocatori sono lisci. Per non parlare dei portieri che si apprestano a praticare l’agonismo, ce la mettono tutta per acquisire la fiducia dei compagni, del mister, e sanno che poi basta un episodio negativo per vedersi smontare tutta la stima faticosamente costruita. 
Capri espiatori per eccellenza, depositari della rabbia dei tifosi e dei giocatori in ogni caso, in ogni circostanza, perché perdere fa male a tutti e bisogna prendersela con qualcuno, trovare un motivo che spesso nasconde a se stessi la consapevolezza delle vere ragioni di un risultato deprimente. E’ più facile negare che il proprio figlio o la propria squadra abbia compiuto una prestazione mediocre, e prendersela con il portiere perché ha parato male. 
In realtà bisognerebbe invece rendersi conto nel giudicare il gioco compiuto in campo (ma è proprio necessario dover per forza giudicare?), che spesso si perde non perché il portiere non è riuscito a parare, ma semplicemente perché gli altri giocatori non sono riusciti a mettere la palla in porta. E’ come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ogni evento può essere letto attraverso una duplice angolatura, è evidente che nel calcio questa va quasi sempre a discapito di chi sta in porta. 
Probabilmente tale atteggiamento generale e diffuso di chi si appresta a giudicare, ha origini lontane nel tempo, legate al fatto che il portiere è predisposto a divenire appunto il capro espiatorio. E questo condiziona in modo incisivo, la scelta dei giovani aspiranti calciatori che sempre meno scelgono di “giocare tra i due pali”, preferendo di “giocare sotto”, dove si può scegliere ogni volta se farsi coinvolgere o no dall'azione lasciando gestire la porta da chi , avendo coraggio da vendere ,si mette in gioco in ogni caso , improvvisando ,valutando istintivamente direzioni di palla e sveltezza di movimenti ,tutto in un contesto personale interiore in cui la concentrazione resiste a grida degli avversari , critiche dei disturbatori dalla tribuna e rimbecchi dai compagni che non essendo stati mai in porta non possono capirlo. 
Se quindi dal bordo del campo c’è la possibilità di trovare l’entusiasmo, nonostante da adulti si è persa un po’ l’abitudine a galvanizzarsi per piccoli e grandi obiettivi, osservando i portieri l’entusiasmo si fa più consistente perché suggerisce una grande forza d’animo, ed ispira a non arrendersi mai. 
Porsi dei sogni significa affrontare i propri limiti e ritenersi in grado di poter combattere a favore di ciò che si desidera, ecco perché il portiere dai limiti dell’area di gioco, sia sotto forma di allievo che di istruttore, mi ha ispirato queste emozioni, perché è lui che serba dentro di sé la consapevolezza che ogni sogno infranto può essere riscattato, perché vive questa emozione ogni volta che si rialza da terra dopo che la palla ha varcato quella porta che inutilmente ha tentato di difendere, ed ogni volta, in ogni caso, ha sempre il coraggio di rialzare la testa e porsi come un leone in procinto di attaccare, tra i due pali a sbandierare la sua fierezza e la sua belligerante dignità."

Autrice del testo: Isabella Gasperini 

venerdì 18 settembre 2015

Il calcio è magia

Cosa dire dei palloni su cui si riflette la luce arancione del tramonto? Sembrano trasformarsi in pianeti che partiranno per orbide strabilianti quando domani, i bambini con gli scarpini nuovi ai piedi, li scoveranno dietro la rete di una porta della Scuola Calcio Giardinetti.....


Portieri si nasce

Scuola Calcio Giardinetti, anno 2009-2010. 
Osservate la foto.... Portieri si nasce 💙


"Papà mi fai i tiri con la palla sul letto e io mi tuffo a prenderla?" Ecco il gioco di mio figlio a 4 anni.... Non si rendeva neanche conto che questo gioco si poteva realizzare in un campo di calcio nell'ambito di un ruolo sportivo.... Il bambino è fatto di istinto e chi indossa i guanti ha un vissuto del calcio in cui la palla si blocca e si domina, fermando la sua intenzione di varcare la porta. Quella porta che per il calciatore è una meta.... Per il portiere è il suo spazio da proteggere da quella palla che i suoi ganti bloccheranno.....
Ammirevoli i bambini che vogliono fare il portiere. Temerari a calarsi in un ruolo che è una sfida con il proprio coraggio. Fantastici!

domenica 13 settembre 2015

Grazie Simone Tofa

"Questa frase sarà la colonna sonora della Scuola Calcio Elite ASD Unipomezia Virtus 1938. Grazie Isabella! Simone Tofa".



Grazie a te Simone Tofa! 
Sei un grande professionista e come tu sai non finirò mai di esortarti a divulgare il tuo metodo di lavoro, studiato e pianificato per far crescere i piccoli atleti divertendosi.... Come dici sempre tu.


sabato 9 maggio 2015

Vincere la partita PERSA

Si, il calcio è una metafora della vita e dona ai bambini, ignari di ciò, tanti grandi insegnamenti.
Quante volte durante una partita i piccoli calciatori si scoraggiano perché stanno perdendo e convinti che la situazione sia irreversibile gettano la spugna e iniziano a subire un gol dopo l'altro? Non è raro che ciò poi si riproponga nella loro vita, per esempio a scuola, dove questi bambini di fronte a un'insufficienza sono soliti scoraggiarsi. In tal modo c'è il rischio che con il tempo in loro si stabiliscano stili comportamentali volti a sfavorire una reazione costruttiva agli eventi negativi dell'esistenza.... 
In questi casi evocare esempi di situazioni che si risolvono in modo imprevedibile nella vita e metaforicamente anche nel rettangolo verde, puo essere per i bambini (e non solo) uno spunto di riflessione volto a stimolare l'attitudine a non smettere mai di sperare e in questo modo favorire una "vittoria" della propria positività sugli eventi più ostici.
Torniamo al calcio e agli esempi che ci da riguardo a ciò. Chi non ricorda la finale di Champions del 2005 quando il Liverpool sotto di tre gol all'intervallo tra il primo e secondo tempo, riuscì in 6 minuti a fare tre gol al Milan, andare ai rigori ed alzare la coppa?  Raccontare ai bambini questi eventi può insegnare loro a giocare le partite dando il massimo sempre e fino alla fine, sia che si tratti di una partita in un campo di calcio, sia che si tratti di una sfida nella loro vita scolastica, familiare o nei rapporti con i loro coetanei... 
Ed a proposito di questi eventi rocamboleschi del calcio... Vi ricordate qualche giorno fa la foto che ho pubblicato dei bimbetti 2006 della Lodigiani che avevano perso ai rigori la finale del torneo di Castel di Sangro?



Pensate amici, gli organizzatori del torneo, tra cui un grande uomo di calcio: Roberto Vichi, peraltro ammirevoli per questa cosa, avendo avuto dei dubbi sul rispetto del regolamento da parte di una squadra che aveva partecipato alla finale, hanno fatto ripetere la finale stessa ai bambini classificatisi secondi e terzi al torneo in questione. E ai bambini della Lodigiani gli eventi hanno aperto una inaspettata possibilità di rimettersi in gioco. Nel calcio come nella vita le situazioni possono sorprenderci con dei colpi di scena che cambiano le situazioni che più ci hanno potuto colpire quando meno ce lo aspettiamo.... La partita è avvenuta ieri ed è finita di nuovo ai rigori!!!!! 
Ma questa volta  i bambini della foto hanno vinto, perché il portierino di rigori ne ha parati 4 e tutto il gruppo ha affrontato questo momento di batticuore con più sicurezza. 



Nulla non serve a nulla. Quel secondo posto è servito da esperienza ai bambini per affrontare una situazione "frustrante" con più serenità e per insegnare loro che nella vita non bisogna mai smettere di sperare e se qualcosa ci è tolta può capitare che poi ci viene data l'occasione per riconquistarla.


"Per quanto possa essere terribile, quel dolore ci renderà più forti. Se ti permetti di provarlo, di accoglierlo, ti renderà più potente di quanto non immagini. È il dono più grande che abbiamo. Sopportare il dolore senza spezzarci. E nasce dal più umano dei poteri: la speranza.” 
Dal film X-Men Giorni di un futuro passato

domenica 3 maggio 2015

Perdere ai rigori a 8 anni

Eccoli qua, i cuccioli 2006 della Lodigiani Calcio, con la loro coppa, dopo essersi aggiudicati il secondo posto al torneo di Castel di Sangro.... Ma la vera vittoria, per loro, è quella di essere stati per la prima volta tre giorni lontano dai loro genitori ed essersi comportati come dei veri ometti. La loro vera vittoria è impressa in questa foto che li ritrae tutti insieme, vicini vicini in ogni caso, anche dopo aver perso ai rigori la prima finale della loro vita.


Si è vero, non in tutti i bimbi ritratti nella foto compare il sorriso sul loro visetto, ma sono tutti uniti e chi sorride esprime un pezzetto di emozione che è nel cuore anche degli altri. Anche per loro accade ciò che contraddistingue una squadra: il gruppo acquisisce una sola anima e ogni componente ne esprime un aspetto. Dopo una sconfitta dura da digerire ad 8 anni avvenuta all'interno di un'esperienza come un torneo in trasferta "dura da contenere" per quanto sia emozionante, nell'animo di un gruppo di bambini gioia e delusione si altalenano quasi a stordire.... E loro eccoli là, che si toccano l'un l'altro e si passano sorrisi e tristezza.... 
Ma sono certa che in questo momento in cui scrivo (è mezzanotte passata..) stanno tutti quanti dormendo e prima di addormentarsi hanno ripensato ai tre giorni trascorsi insieme provando tanta nostalgia degli amici con cui stavano in camera e della saletta dove mangiavano senza mamma e papà e quindi dove si sentivano più grandicelli, tanta nostalgia della voce del mister e del dirigente che a volte aveva il tono autorevole per contenere la loro vivacità in albergo e la loro emozione in campo e a volte sembrava l'eco della voce amorevole del proprio papà.
Nostalgia del borsone da prepararsi da soli, dei genitori che gridavano Forza Lodi nello stadio di Castel di Sangro... Emozioni così belle da rendere quei rigori birboni un dettaglio su cui non vale più la pena soffermarsi, perché il risultato di una partita è un attimo sfuggente rispetto ai tanti momenti emozionanti del torneo che, confusi con i sogni, in questo momento si stanno imprimendo nel loro limpido cuore dal quale non se ne andranno mai più. 

domenica 26 aprile 2015

Credi nella forza dei tuoi sogni

"Si dice che il minimo battito d'ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo" The Butterfly Effect, 2004



Parlo spesso a genitori e bimbi che praticano il calcio della forza d'animo e del suo immenso potere.  Spesso mi guardano sorridendomi ma io sento che in loro non c'è la convinzione di aderire a questa grande forza di cui disponiamo, forse perché non l'hanno mai identificata tra le emozioni che il loro cuore sperimenta ogni giorno. 
Resilienza, ecco il termine scientifico attribuito alla capacità di un essere umano di resistere a qualsiasi difficoltà e di trasformare i limiti e i dolori in una grande fonte di riscatto che rivitalizza, nobilita l'anima e rende invincibili! Si proprio così, proprio come non è vinta una palma sottoposta alla forza devastatrice di una bufera e che si piega ma non si spezza avvalendosi delle sue radici solide a cui si aggrappa durante le avversità. E quando torna il sole risulta essere più forte e il suo aspetto che pende la rende ancora più bella!
Così come in natura ci sono degli esempi di grande forza che la palma rappresenta, anche tra noi esseri umani ci sono storie fatte di conquiste tali da rappresentare degli esempi da seguire perché possono suggerirci strategie e darci il coraggio per credere fermamente nei nostri obbiettivi. 
Sono grata a Martina, che una sera mi è comparsa in tv inaspettatamente ad Italia's Got Talent, lei, figlia di una mia carissima amica di nome Fiorella che non vedo da tanto tempo.... Non l'ho riconosciuta subito, l'avevo vista da bambina, ma da subito lei mi ha colpita, perché con naturalezza ogni sua parola, e poi ogni suo gesto, mi sono apparsi come la materializzazione di quella grande e potente forza che viene definita Resilienza e che a lei permette di ballare ascoltando il battito del suo cuore. Ciò che ne risulta è una danza fatta di sensazioni che si muovono e parole non pronunciate che ti entrano nelle orecchie e giungono proprio dentro di te. Da animo a animo. Dopo averla vista ballare anche tu che la osservi ti senti più carico di entusiasmo.... Questo è il potere di cui parlo ai bambini e ai genitori, che esorto gli istruttori a stimolare nei bambini. Martina con un suo battito d'ali è capace di generare un tornado di emozioni positive che giunge fino a noi, ovunque ci troviamo, anche davanti alla tv. 
Come di lei racconta l'intervista rilasciata da BaraondaNews:  "ha iniziato a danzare a 4 anni quando un medico consigliò ai suoi genitori la danza per affrontare e, a quanto pare, vincere i suoi problemi all'apparato uditivo. Vibrazioni, rumori, leggere sfumature a cui gli altri non badano, sono queste a scandire i movimenti di Martina". Oggi Martina è una bravissima insegnante che educa i suoi allievi ad una disciplina e a credere in loro stessi... come dice nell'intervista, il consiglio che suggerisce a coloro che devono affrontare delle sfide è di "credere in tutto ciò che si fa, non a caso il mio motto è sempre stato: credi nella forza dei tuoi sogni e loro diventeranno realtà".

venerdì 6 marzo 2015

Papà sono basso e ho paura di non giocare!

Sempre più spesso i genitori dei ragazzi che frequentano le scuole calcio con cui collaboro, mi chiedono un parere su come sostenere i loro figli demotivati e innervositi dall'ansia di essere più  bassi rispetto ad altri ragazzi della loro squadra. Ciò procura a molti un problema tale da inficiare la fragile autostima che si stanno costruendo. Non serve spiegare loro che il ritmo con cui si cresce non è per tutti uguale, c'è chi cresce prima e chi cresce dopo, non serve solo nominare loro Messi o Insigne e quanto sono alti.... I ragazzi si confrontano con un dato di realtà inequivocabile: chi è più alto sembra favorito ad essere scelto per giocare. Per aiutarli a stare sereni serve un valido supporto da parte nostra che li rassicuri e li faccia credere in loro stessi al di là di tutto. 
Proprio per suggerire come fare ad assumere questo atteggiamento in tale circostanza ho scritto questo articolo su ALLFOOTBALL .

Insegniamo ai nostri figli a chiedere scusa al mister

Troppo spesso di fronte a un litigio tra nostro figlio e un altro bambino la reazione che si assume è quella di stizzirsi nei confronti del piccolo "avversario" di tale disputa o di prendersela con la disattenzione del mister che non ha saputo prevenire l'evento. A volte la reazione di alcuni genitori è anche quella di criticare l'istruttore che decide di rimproverare il bambino o che tenta di correggere la naturale irruenza del piccolo atleta utilizzando una "punizione" che lo faccia riflettere sull'accaduto per far si che non si ripeta. Così di fronte ad una breve pausa di riflessione in panchina del proprio figlio decisa dal mister, alla voce grossa e autorevole di un suo rimprovero o alla mancata convocazione che viene sancita nei casi più gravi il genitore, anziché colludere con l'iniziativa educativa di colui a cui il figlio è stato affidato in campo, reagisce con spiacevole sorpresa o addirittura con una lamentela. In tal caso chi subisce questa reazione non è altro che il proprio figlio che vede svilire la figura dell'istruttore dal disappunto di mamma e papà.
Per fortuna non è sempre così. Quando nostro figlio torna dal campo e ci racconta di aver litigato con un compagno ed essere stato rimproverato dal mister, è bene indurlo a comprendere che un errore può essere perdonato se serve per riflettere. Così hanno fatto i genitori di Alessio Mattei anno 2006, della Scuola Calcio Lodigiani, che ha scritto questa lettera ai suoi mister. È ovvio che dietro a un gesto così c'è l'impronta di due genitori che sanno dare il giusto valore agli eventi che accadono in campo e che riconoscono nella figura dell'istruttore un valido supporto al loro nobile compito di educare un bambino che sta crescendo.


giovedì 5 febbraio 2015

Imparate a incoraggiare



L’esperienza sul campo, in giovane età, è fondamentale per lo sviluppo di carattere e autostima. Ricordatevi sempre che prima allenate il bambino e poi il calciatore.

Ecco il link dell'articolo:
http://www.allfootball.it/blog/la-palla-non-mente/3-2-2015/imparate-a-incoraggiare

Seguimi su Allfootball


Amici che mi seguite numerosi è con molto entusiasmo che vi presento il mio nuovo Blog: "Il calcio non mente". Lo troverete su Allfootball.
Questo Blog è la nuova maglia con cui scenderó in campo in un lavoro di squadra capitanato dal mio caro amico e maestro Michele di Cesare. 
Il mio contributo nel gruppo avrà lo scopo di fornire spunti di riflessione utili ai genitori e agli istruttori per conoscere i bisogni dei bambini di cui si prendono cura in particolare per ciò che riguarda la loro esperienza sportiva nella scuola calcio. Spunti di riflessione che possano servire all'adulto per avere un ruolo positivo e trainante nel processo che spinge il bambino a smussare la sua acerba personalità attraverso le varie esperienze sportive. I miei post saranno rivolti in tal senso a perseguire un filo conduttore rivolto a sensibilizzare e stimolare l'adulto a stimolare il bambino ad acquisire ciò che rappresenta, a mio parere, l'elemento fondamentale per avere uno spirito tenace e positivo: LA FORZA D'ANIMO (resilienza)....
La RESILIENZA è la capacità di resistere ad ogni difficoltà, piegandosi al loro passaggio senza mai rompersi, come le elastiche palme di fronte ad un uragano... Questa elasticità è una qualità che noi adulti possiamo incentivarefavorire nel bambino. Cosa aspettiamo a farlo?

Questo è il link del mio blog sul sito: www.allfootball.it/blog/La-palla-non-Mente

Viaggio nel mondo dei piccoli calciatori



La crescita di un bambino è il frutto di un gioco di squadra tra gli adulti di riferimento. Tracciamo assieme una strada per aiutare i nostri figli ad acquisire la capacità di affrontare la realtà che li circonda.

Puoi leggere l'articolo cliccando sul seguente link:

http://www.allfootball.it/blog/la-palla-non-mente/4-1-2015/viaggio-nel-mondo-dei-piccoli-calciatori

giovedì 15 gennaio 2015

Se non studia niente calcio?


"Vai male a scuola? Non ti mando più a giocare a pallone!"
Spesso mamma e papà ricorrono a questa strategia pensando che sia quella più incisiva per stimolare il proprio figlio ad impegnarsi di più nella scuola. Ma poi capita che mi chiedano, sia loro che i mister, se sia giusto e tantomeno efficace "colpire" il bambino utilizzando questa modalità.
La punizione, se attuata nel modo adeguato e nel rispetto del bambino e della sua dignità, ha un valore educativo immenso. Tuttavia punire facendo saltare gli allenamenti e le partite, secondo ciò che valuto dalla mia esperienza in campo, risulta una pratica che preclude delle "controindicazioni" da tenere in considerazione. Limitando l'attività sportiva con una pausa forzata non si fa altro che favorire l'accumularsi di tensione nel piccolo atleta, una tensione che la pratica del calcio mitiga in modo funzionale. Il bambino, così come il preadolescente, è fatto di impulso, vulnerabile alla mancanza di controllo, le sue emozioni sono come la lava che preme per eruttare... Sono lì, sotto pelle, a volte dormienti, a volte improvvisamente si scatenano uscendo fuori senza badare alle conseguenze. L'attività sportiva serve anche per canalizzare questa valanga di energia evitando ad essa di sfociare in modi inadeguati.
La punizione frena. La punizione serve quindi per arginare il fiume in piena. Pensate quanto sia importante insegnare ai bambini che ci sono dei limiti! Come sia importante far comprendere loro che in alcune circostanze eseguire un compito all'interno di una serie di regole prestabilite consente alla propria vivacità di non mitigarsi e perdersi in un eruzione senza senso. Studiare rappresenta in questo senso la possibilità di canalizzare in un'attività proficua una bella parte dell'energia vitale di cui il bambino dispone. Quindi è giusto "punire" il bambino che tale potenzialità disperde in modo non proficuo.
Ma punire e bloccare lo sfogo di tale pulsionalità attraverso un'attività che serve anche per scaricare tensione e canalizzarla in ogni caso in modo corretto, potrebbe provocare nel giovane atleta delle reazioni ulteriormente difficili da gestire. Tra queste è possibile un aumento della sua vivacità oppure un disinteresse maggiore per la scuola perché, per reazione, la pulsionalità repressa può sfociare in oppositività verso i genitori, anche attraverso l'atto di studiare ancora meno... Sono tutti esempi ipotizzabili. Ogni caso poi fa storia a sé. Per questo punire il bambino non facendolo giocare a calcio è una soluzione che io personalmente scoraggio ai genitori. Piuttosto propongo un'altra strategia, soprattutto per i più grandicelli: farli allenare ma chiedere al mister di non convocarli in partita con l'obbligo di andare a vedere la gara disputata dalla loro squadra. In questo modo, non spegniamo  l'interruttore che permette loro di sfogarsi, di correre, di perseguire un impegno come l'allenamento. E la punizione diventa la partita.
In ogni caso, al di là di tutto la cosa importante è che dopo un po' con i propri figli si "faccia pace". Ai bambini fa male sentire che l'arrabbiatura dei genitori duri troppo. Bisogna essere fermi nel "punire" poi essere "fermi" nel perdonare. Questo perché ciò che fa bene al bambino è sentirsi dire: " hai sbagliato e mi hai fatto arrabbiare per quello che hai fatto, ma questo non significa che ti detesto. Punisco ciò che hai fatto di sbagliato, non ciò che sei".
Concludo citando l'esperienza di un mio caro amico, Francesco Leone, allenatore giovanissimi B 2001 dell'Aullese Calcio di Aulla (Massa Carrara), che secondo me evidenzia in modo incisivo quanto sia fondamentale, nell'esortare un figlio allo studio, la sensibilità dei genitori: "io non sono genitore ma sono figlio e mi ricordo bene che con me, per farmi studiare, bastava la minaccia dei miei genitori di non mandarmi al campo. Mi minacciavano di togliermi la cosa che amavo di più. Giusto o sbagliato non saprei, quello che so è che se mi avessero tolto il calcio mi sarei fatto bocciare per dispetto. Alle superiori i professori non volevano farmi uscire prima per partecipare alle partite così gli dissi che avrei smesso di andare a scuola e i miei genitori convinsero i professori a lasciarmi uscire. Non per accontentare me, sia chiaro, ma perché sapevano che non potevano farci niente. Amavo giocare e non mi piaceva studiare... tutto li. Ad oggi lavoro e non sono mai stato disoccupato, studio libri di calcio perché mi piace, alleno e come tutti gli istruttori sono consapevole che lo studio deve venire prima di tutto. Però penso anche che se una cosa ti piace farla la fai bene, altrimenti bisogna accontentarsi. Non tutti diventeranno studiosi e laureati ma chiunque si può realizzare se trova la sua vocazione. Ps: solo con la minaccia non mi hanno mai bocciato e mi sono diplomato con 74/100 che mi hanno permesso di partecipare e vincere il concorso che oggi mi da uno stipendio decoroso. Fortunato si, ma ad avere genitori che sapevano come prendermi e cosa pretendere."



venerdì 9 gennaio 2015

Il biancorosso del GSD Giardinetti

Da ieri nel mio petto di psicologa di Scuola Calcio, batte un terzo cuore. Dopo quello che da 12 anni definisce il mio affetto per la Lodigiani Calcio, dopo un secondo cuore che appartiene all'Atletic Soccer Academy da tre anni, ora si è aggiunto un cuore biancorosso. È accaduto nel momento in cui ho varcato per la prima volta l'entrata del campo della Società Giardinetti 1957 di Roma. È bastato un istante: vedere i preparatori dei portierini della Scuola Calcio mischiati ai loro allievi e sentire le loro risate....

 
Poco prima ero entrata in segreteria e al posto della signora Stefania, che si occupa dell'amministrazione, spiccava sulla parete un disegno che la ritraeva...


Quante emozioni può racchiudere un disegno, soprattutto se riguarda una figura femminile, che in un ambiente maschile, non può rappresentare altro che la mamma di tutti i bambini. 
I bambini che poi ho conosciuto in campo, la linfa vitale di una società che accosta alla professionalità un forte profumo di casa e di famiglia. Del resto questo dovrebbe rappresentare la Scuola Calcio per ogni bambino, un nido da cui permettergli di prendere il volo verso la vita, della quale il calcio non è altro che una fantastica metafora. Un nido che in questo caso ha il colore rosso della tenacia e il colore bianco della purezza!!!!


venerdì 2 gennaio 2015

Roberto Baggio per iniziare bene il 2015



Nelle ultime due settimane del 2014 ho imparato tanto! Da un piccolo eroe, da coloro che ho frequentato e da Roberto Baggio. Potrei riassumere i preziosi insegnamenti a cui mi riferisco così: TUTTO dipende da quanto crediamo in noi stessi e nei nostri obbiettivi. FERMAMENTE. Gli ostacoli non devono essere macigni che prendono "il posto d'onore" nella nostra mente. Gli ostacoli sono conetti da saltare, cinesini da dribblare, lungo un percorso rivolto a un obbiettivo che sta lì, solido, imperterrito, in attesa del nostro arrivo. Se il posto d'onore, nella nostra preziosa mente, viene dato ad un obbiettivo, il resto diventa dettaglio e il centro di tutto, quello capace di sostenerci e renderci certi, ostinati e tranquillamente fermi e decisi, diventa la nostra autostima. Avviene tutto INSPIEGABILMENTE, ma succede che facendo così "tutto l'universo cospira verso ciò che vogliamo" proprio come dice Paulo Coelho.
Da questo atteggiamento prende vita inevitabilmente una reazione a catena per cui la nostra salute ne beneficia  e si autoprotegge, il nostro animo si rasserena e i nostri rapporti interpersonali migliorano...
Se noi adulti ci esercitiamo a vivere la nostra vita secondo questo approccio sappiamo poi insegnarlo ai bambini attraverso il nostro esempio. Ciò credo che sia gratificante per tutti noi! Allora dai!!! Facciamo in modo che questo approccio alla vita sia uno degli obbiettivi per il 2015 di noi genitori e noi educatori, istruttori al calcio e alla vita! 
Un saluto sportivo a tutti 

domenica 21 dicembre 2014

Buon Natale a tutti voi con un cuore a forma di pallone

Di solito quando scrivo sul mio blog ad ispirarmi sono i dettagli che i miei occhi osservano..... Bambini che corrono, mister che esortano alla vita e palloni che ruotano sull'erba. Ma adesso che l'aria si mescola con il Natale, ad ispirarmi è una realtà che vedo dentro me fatta del vissuto del calcio che ripongo nel mio cuore.
Se provo a spiegarvi di cosa è fatta questa realtà, vedo tante cose... Ci sono emozioni di gioia variopinta e di struggente dolcezza racchiuse in uno scarpino di mio figlio quando era bambino, dove un piccolo Babbo Natale si è accomodato sostituendo lo scarpino alla sua slitta... vuole correre nel cielo ed attraversare i sogni dei bambini che sperano di trovare sotto l'albero un pallone nuovo o un paio di parastinchi o un paio di guanti da portiere.
Pura magia...


In un altro angolino del mio cuore ci sono due alberelli di Natale, in ognuno dei quali una pallina racchiude un mondo.... 
In una pallina c'è scritto Lodigiani.....


In un'altra pallina c'è scritto Asa... La sigla dell'Atletic Soccer Academy....


Quanti volti racchiude il nome di una società sportiva, e per me quanti amici a cui voglio bene nel modo più puro che esiste e quanti bambini che mi fanno divertire, mi fanno intenerire, mi fanno esplodere di entusiasmo. Grazie a tutti loro io sono ricca, io mi sento parte di un universo dove girano tanti pianeti due dei quali si sono fermati nei due alberelli di Natale riposti nel mio cuore.
La magia della vita.


E vedo una porta, la trama regolare della sua rete, la sua consistenza morbida si adagia proprio dietro i pali.... In essa sento l'insegnamento più grande con cui il calcio ha forgiato la mia anima: la Resilienza, ovvero la capacità di resistere ad ogni evento piegandosi ma senza mai spezzarsi. Osservare il gioco del calcio vicino alla porta mi ha fatto rendere conto proprio di questo, che il pallone giunge forte dopo aver sbeffeggiato il portiere, ma la porta resiste ogni volta, la sua rete flette e ferma la palla rendendola in ogni caso sua. È la porta che vince, non chi ha fatto gol ed esulta. È questo che cerco di divulgare nel mio lavoro, la capacità di resistere, la forza d'animo, ed è con tale temerarietà commista alla mia ostinazione a sognare, alla certezza con cui continuo a credere nella forza del gruppo che vi auguro con affetto Buon Natale. 
Si, un Buon Natale che nasce dentro me e, lasciandosi dietro la scia di una cometa, raggiunge ognuno di voi che mi segue su questo blog accanto al vostro albero natalizio ed a vostri sogni per dirvi GRAZIE! Mille grazie per far parte anche voi, leggendo ciò che scrivo, della magia del mondo tondo tondo di nome pallone, che ripongo dentro me.



mercoledì 5 novembre 2014

L'aria magica dello stadio "Silvio Piola"

In questo blog, dove mi piace parlare di emozioni e di calcio, ho pensato di iniziare ad ospitare alcuni miei amici allenatori, immaginandomi di stare a parlare con loro e con voi, a bordo campo, a raccontarci le nostre esperienze e riflessioni. 

Oggi a bordo campo con me c'è mister Luca Bacchi, il quale fa parte dell'Aiac di Milano e allena i giovanissimi 2000 della Polisportiva Sordio, società del lodigiano, dove svolge anche il ruolo di Direttore Tecnico. La sua esperienza è davvero emozionante.

L'aria magica dello stadio "Silvio Piola"
di Luca Bacchi


Quella vissuta ieri è stata per me, una giornata incredibilmente interessante! Oltre ad aver avuto il piacere e la fortuna di vedere, di conoscere, i metodi di lavoro di una squadra di Serie B e stato ancor più bello poter confrontarmi, chiedere e dialogare di calcio con un allenatore professionista e il suo staff, cosa che ritengo per chi fa il mio "mestiere" , una bellissima ed importantissima cosa, per la nostra crescita professionale, per la nostra cultura... davvero interessante. Ma ad aver dato quel "tocco di magia" è stato aver fatto tutto questo in un luogo che, per chi ama il calcio, deve considerarsi uno dei posti sacri di questo sport... lo stadio Silvio Piola di Vercelli, chiamato anticamente Leonida Robbiano.
Luogo storico, in cui si è fatta la storia del calcio italiano, e casa di una delle società più antiche di Italia... la ProVercelli nata nel 1892. Vincitrice di 7 campionati italiani!



Sbalordito di vedere alcuni giovani allenatori come me, che non conoscevano né quel luogo, né il personaggio a cui è intitolato lo stadio (Silvio Piola), né la storia di questa società!
Chi ama questo sport, e chi vuol fare l'allenatore, deve prima di tutto conoscere e amare questo sport, ma soprattutto conoscere la sua storia! E Vercelli ha fatto senza dubbio la storia del calcio italiano.
Non si può non conoscere un personaggio come Silvio Piola! Calciatore formidabile di un calcio che non esiste più, ma dove i suoi record ancora sono rimasti intoccati... Miglior marcatore italiano di sempre, miglior realizzatore della Serie A, miglior marcatore della storia della ProVercelli, del Novara e della Lazio! Insomma un vero fuoriclasse!


Stando in quel luogo mi è sembrato di fare un salto nel passato come nel film "ritorno al futuro"... girare in quello stadio, tra quelle vie della città... mi è sembrato di respirare quell'aria di un tempo, mi sembrava di rivedere Piola segnare... lo stadio colmo ad acclamarlo.. . respiravo davvero un'aria magica!
Vivere per un momento il calcio dell'epoca, totalmente diverso da questo, un calcio più lento senza dubbio, ma di sicuro più "pulito", più vero! Mi immaginavo quelle tribune gremite di gente, con i figli, che incitavano la propria squadra... niente insulti agli avversari... niente striscioni politici, niente fumogeni... niente cordate di polizia a placare e contenere dei teppisti.... niente di tutto questo! Se penso solo alle ultime partite viste... in stadi deserti... e con le varie tifoserie intente più ad insultare l'avversario, che a sostenere la propria squadra...!
E poi pensavo a Piola, fuoriclasse indiscusso, paragonato ai campioni di oggi... strapagati... viziati... pretenziosi... capricciosi... comandati da procurati affamati di soldi... con contratti firmati ma ormai non più rispettati... Calciatori ormai sempre più "attori" protagonisti di un circo mediatico pazzesco, più che atleti e sportivi professionisti attaccati alla propria maglia e con grandissimo amore per il proprio "lavoro"! tutto questo non lo vedo più!
Io sono un giovane, amante di questo sport e che fa parte di questo mondo! Ma conosco la storia, conosco le origini di un GIOCO diventato sempre meno GIOCO e sempre più IMPRESA, intesa come produttrice di soldi! 
E credo che tutti dovrebbero conoscere la storia!
Giornata per me fantastica che mi ha fatto viaggiare nel tempo! Davvero stupendo!

"CHI SA SOLO DI CALCIO, NON SA NULLA DI CALCIO" J.Mourinho


mercoledì 1 ottobre 2014

Vincere

Quando i ragazzi passano dalla Scuola Calcio all'agonistica, credo che noi adulti dobbiamo aiutarli a trasformare molti aspetti del modo di scendere in campo per affrontare una partita. Perché tra i due settori sportivi il calcio cambia, inevitabilmente. È così, e a questa trasformazione bisogna adeguarsi.

Mentre nel contesto della Scuola Calcio sento dire spesso agli istruttori che l'importante non è vincere ma svolgere una buona prestazione e praticare un buon gioco al di là del risultato, a 13-14 anni, per una strana coincidenza, il calcio si fa più accanito e sembra colludere con le trasformazioni psicofisiche dell'adolescente che diviene, da questa età In poi, un vulcano sull'orlo di eruttare. Tempeste ormonali, conflitti interiori tra il desiderio di autonomia e il bisogno dell'affetto dei genitori si camuffano spesso dietro il suo essere burbero e ribelle. Analogamente a ciò, il calcio che lui pratica, diviene più agonistico. 
In questo modo lo sport si propone all'adolescente come un prezioso contesto dove poter canalizzare tutta la sua energia attraverso una via di sfogo adeguata: la voglia di vincere.
Scendere in campo per vincere significa osare, mettersi in gioco in ogni caso, anche giocando male se si è particolarmente emozionati; giocare per vincere permette di buttare fuori più adrenalina, sudore e fiato. 
Scendere in campo per vincere significa rischiare di perdere, quindi acquisire spavalderia e coraggio di fronte ad un'avversità come la sconfitta, che le avversità svariate della vita le rappresenta tutte.
Dire ai ragazzi di scendere in campo per fare bella figura al di là del risultato non è altrettanto motivante. Lo vedo dall'esperienza in campo... Spesso percepisco che in ciò si nasconde una strategia inconscia del mister di affrontare la partita placando a priori il suo timore di essere criticato di fronte ad una possibile sconfitta. Mentre all'adolescente non fa male confrontarsi con la smania di vincere. L'adolescente si aspetta che un adulto lo esorti a vincere motivandolo a dare il massimo, così va evocata la vittoria!
Aspirare alla vittoria è una sfumatura di una carica motivazionale innata nell'essere umano. Freud parlava di istinto di vita, riferendosi a un aspetto di noi stessi volto a eruttare, come un vulcano, energia propositiva. In linea con ciò possiamo concepire la voglia di emergere, come quella forza che ti permette di ostinarti in qualcosa, come per esempio a nuotare per emergere dall'acqua e palpitare boccate valicando a forza l'orlo che delimita il mare dall'aria. Boccate di ossigeno che hai raggiunto con fatica e che ti fanno sentire vivo. È così che io sento la vittoria se la penso dentro di me, se cerco di sentirla mettendomi nei panni dei ragazzi quando esultano per un gol appena fatto.
vincere diventa una sfida, dove si specchiano motivazioni ataviche che vanno oltre le nostre origini e affiorano dalla notte dei tempi, quando vincere rappresentava il risultato della temerarietà con cui si rimaneva vivi dopo una battaglia, con cui si affrontava la lotta per la sopravvivenza. La cosa grandiosa è che vincere è una delle possibilità, perché dove si ha la possibilità di vincere c'è anche la possibilità di perdere. È una medaglia con due facce. Esiste in quanto tale. Quel gusto amaro, a volte insopportabile, che prevede la sconfitta, è come un incubo dove si nuota, si nuota, e non si riesce a raggiungere l'orlo dell'acqua, ma in quanto tale risulta essere uno stimolo fondamentale per chi ha un animo vincente, perché gli consente di trovare la forza per poggiarrsi sulle proprie gambe e darsi la spinta necessaria per risalire. A meno che non si voglia rimanere lì.
In tutto ciò il mister è proprio colui che deve dare ai componenti della squadra la convinzione che la vittoria è una certezza in cui credere, anche se lui sa che potrebbe non essere così. Il mister deve motivare quell'animo vincente a credere in se stesso affinché, come dice Paulo Coelho, "l'universo cospiri verso ciò che vuoi". E la vittoria non risulta più l'obbiettivo, ma una conseguenza della convinzione di potercela fare.