lunedì 17 dicembre 2012

Chi sono io, come mister?

 

di Isabella Gasperini
pubblicato dalla Rivista "l'Allenatore" 02, anno 2009



 

Si è appena concluso a Viterbo il Corso base Uefa B organizzato dall’Aiac e, come in ogni ciclo, gli allenatori che vi hanno partecipato – sia quelli che già praticano questo ruolo, sia quelli che aspirano a farlo – hanno manifestato la soddisfazione di aver compiuto un’esperienza che li ha trasformati al di là delle loro aspettative. Sì, perché ogni volta i partecipanti al corso si presentano incuriositi, a volte con poche aspettative se non quella di acquisire un patentino prestigioso, e, soprattutto all’inizio, un po’ disorientati dal fatto di dover tornare in un’aula, dove magari non mettevano piede dai tempi della scuola, prendere appunti, studiare e vestire tutti una tuta grigia col simbolo dell’Aiac che li fa sentire di nuovo parte di una squadra. Poi, come sempre, noi docenti assistiamo a una trasformazione dovuta al fatto, credo, che gli stimoli che arrivano attraverso i vari argomenti vanno a toccare la parte più bella degli allenatori, quella che più li realizza: la passione per il calcio che tanto amano. Così l’impegno diventa sempre più serio, sempre più coinvolgente, sino a portarli, al termine del corso, ad assumere un altro aspetto, quello autorevole e dignitoso di colui che sa di aver acquisito una professionalità, consapevole che la formazione è fondamentale per assimilare autostima e sicurezza nel compiere il proprio ruolo.
E i benefici che si traggono dalla formazione spingono a perfezionarsi sempre di più. Prova di ciò è che a Viterbo sono giunte ben centoventi richieste di partecipazione al Corso di aggiornamento previsto per gli allenatori già specializzatisi, arrivate addirittura dalla Toscana e dall’Abruzzo. Credo che in tutto ciò abbia un ruolo determinante il coinvolgimento che sanno attuare i docenti: e il loro segreto è che in ciò che propongono agli allievi e nel modo di farlo c’è il loro amore per il calcio e per la condivisione delle loro conoscenze con chi si appresta a qualificarsi. Questo perchè si tratta di persone molto competenti, come il professor Biagio Savarese (docente presso la Scuola di Coverciano per allenatori di base), ed il professor Sergio Roticiani (docente presso la Scuola di Coverciano come preparatore tecnico), entrambi capaci di dare delle nozioni che – usando le parole dei partecipanti al corso – aprono una visione dell’allenamento e della concezione di tecnica e tattica di gioco impregnata di idee, principi di metodo e nozioni fondamentali che non arricchiscono solo l’aspetto professionale squisitamente calcistico, ma sono tali da consentire l’opportunità di proporre un lavoro motivante e volto a favorire una migliore performance degli atleti, evitando i possibili danni fisici dovuti a stimolazioni inadeguate ed approssimative. Peraltro, entrambi i docenti sono un esempio di come sia importante avere carisma: e lavorare con loro, per i corsisti, significa potersi arricchire di modelli comportamentali a cui attingere per rivolgersi alle loro squadre stimolando interesse e credibilità. Così come riesce bene al docente di Tecnica dei portieri, Clito Cacciatori, un altro “uomo di calcio” generoso nel condividere la propria esperienza.
Qui a Viterbo, anche l’avvocato Sergio Buzzi (docente di carte federali) ha arricchito i mister di conoscenze: e i medici, il dottor Carlo Gigli e il dottor Carmelo Gentile, hanno proposto agli allenatori l’occasione preziosa di acquisire nozioni di traumatologia e medicina dello sport, necessarie per chi si trova in campo e deve saper affrontare quegli eventi traumatici che nel calcio sono in qualche modo prevedibili. E fondamentale è risultata la figura del signor Otello Settimi (presidente della sezione viterbese dell’Aiac), nobile volto del calcio laziale, uomo di grande esperienza, ricco di trofei e campionati vinti, ma soprattutto dotato di una grande umiltà. Lui, allenatore da anni, si è mostrato per questi ragazzi un punto di riferimento, capace di accogliere e supportare. Con la sicurezza di chi conosce il calcio perché lo ha vissuto tanto e con la sensibilità di un padre, ha fatto da guida a questi allenatori, mostrandosi generoso con loro laddove si avvertivano delle incertezze, accogliendo le loro difficoltà personali e gestendo i momenti di relax come attimi per scambiarsi opinioni e alimentare le relazioni sociali.
Grazie al contributo di tutti, i mister hanno mostrato di sentirsi coinvolti in qualcosa che li ha rapiti ogni giorno di più. In questa atmosfera così particolare, durante una lezione di psicopedagogia ho avuto l’idea di dar voce ai partecipanti al corso, al di là delle parole che si possono dire durante una lezione teorica in cui sono invitati soltanto ad ascoltare, affinché esprimessero chi sentivano di essere e come allenare influisse sulla loro vita. Il microfono è passato a loro… Ne è risultato un coro di voci che assieme, ha permesso di delineare l’identità dell’allenatore, fatta di tanti aspetti, come tanti sono i loro volti, ma costituita da una sola anima. Ognuno di loro è riuscito a evidenziare una faccia di quella preziosa pietra policroma e sfaccettata che tale anima rappresenta.
Ne è risultato qualcosa in cui ogni allenatore può specchiarsi, riconoscersi e completarsi, facendo luce sulla definizione di ciò che mostra di essere, ovvero un “principe della zolla” – usando un’espressione di Darwin Pastorin – in cui io identifico ogni allenatore di cui ho la fortuna d’incrociare il cammino.

“Sono un educatore e contribuisco alla crescita degli allievi”
“Allenare per me vuol dire prima di tutto educare, perché credo che l’educazione sportiva sia di grande aiuto per la vita di tutti i giorni: in campo si cresce conoscendo se stessi e imparando a conoscere gli altri”.
“Per me allenare significa aprire a 360 gradi le mie conoscenze e le mie esperienze tecniche e comportamentali per darle alla mia squadra”.
“Sono contento di fare questo corso perché attraverso le conoscenze che acquisirò potrò dare un’opportunità diversa a me ed anche ai miei allievi, quell’opportunità che purtroppo io non ho avuto”.
“All’inizio di ogni stagione mi ritrovo con un gruppo di persone sempre diverso da quello dell’anno precedente, con un obbiettivo da raggiungere, ma ogni anno cambia il percorso che si percorre. In ogni caso la meta è la stessa: mettere in condizione ogni allievo di crescere calcisticamente e come persona”.



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“Mi preparo e studio per acquisire autorevolezza dalla mia professionalità”
“Per me allenare è una soddisfazione, mi sento una parte della catena scuola/famiglia/sport, e in sintonia con i principi educativi svolgo il mio ruolo. La mia grande passione, la mia esperienza, i corsi che ho frequentato mi danno la possibilità di aiutare la crescita di un ragazzo. E come feedback ricevo dai giovani messaggi di gratitudine e stima. Sento che mi riconoscono come persona esperta e mi chiedono consigli, mi rispettano per la mia autorevolezza e capacità”.
“Ho sempre amato il gioco del calcio, da bambino nessuno mi ha insegnato nulla perché nel paese dove vivo non ci sono scuole calcio, figuriamoci trent’anni fa. Ho sempre voluto migliorarmi, anche come autodidatta, e ora sto approfondendo, con questo corso, la mia voglia di calcio: questo per offrire ai calciatori che allenerò ciò che io non ho avuto. È la passione che mi guida, ma soprattutto il voler trasmettere qualcosa a chi ne può aver bisogno”. “Una cultura di base ed una buona capacità comunicativa sono le fondamenta per costruire un buon approccio con un gruppo di atleti e per acquisire una certa autorevolezza”.
“Il mister dev’essere preparato a dare ai suoi ragazzi conoscenze tecnico-tattiche e soprattutto i principi fondamentali che saranno utili in campo come nella vita quotidiana, ovvero umiltà, lealtà, rispetto per i compagni, per gli avversari, consapevoli che prima viene sempre la persona, poi il calciatore”.

“Sono un leader”
“In quanto mister, mi prefiggo prima di tutto di essere un motivatore, di guidare il gruppo coi miei pregi e i miei difetti, il mio coraggio e le mie preoccupazioni, trasmettendo ai ragazzi le mie esperienze positive e negative accumulate nel calcio e nella vita privata”.
“Come allenatore vorrei essere un condottiero e un educatore, aiutando i miei ragazzi ad ottenere il massimo”.
“Allenare per me significa trasmettere le mie idee e le mie conoscenze trascinando il gruppo nei progetti e verso le mete prefissate, convincendolo a lavorare compatto, perché solo creando lo spirito di gruppo si può raggiungere un traguardo e superare le difficoltà”.
“In quanto mister, sicuramente mi pongo come leader, gestendo un lavoro basato sul raggiungimento di un obbiettivo comune, senza mai dimenticare chi siamo e cosa vorremmo diventare”.
“Allenare, per me, significa guidare un gruppo di ragazzi più o meno giovani, che hanno una passione comune, tra le gioie e le difficoltà che possono nascere in un percorso collettivo. Il rispetto per i compagni e per l’allenatore, simbolo-guida del gruppo, resta fondamentale per la crescita del gruppo stesso”.


“Allenare per me vuol dire prima di tutto educare, perché credo che l’educazione sportiva sia di grande aiuto per la vita di tutti i giorni: in campo si cresce conoscendo se stessi e imparando a conoscere gli altri”
“Sono la guida, ma anche un componente del gruppo”
“L’allenatore deve porsi all’interno del gruppo cercando di sentirsi sempre disponibile al confronto, all’aiuto e all’apprendimento, ma deve essere altresì pronto a prendere le distanze da determinate circostanze, non dimenticando la posizione di guida e di giudice che ricopre”.
“Il mister è colui che deve sentirsi responsabile di un gruppo di ragazzi/e con cui ogni volta intraprende un cammino, vivendo tutti insieme obbiettivi, paure, scherzi, soddisfazioni ed emozioni. In tutto ciò il mister è un riferimento dal quale partono le direttive, che tutti devono osservare, con lo scopo comune di arrivare alla fine di un’avventura guardandosi tutti negli occhi, ognuno soddisfatto della propria esperienza”.

“Sistematizzo il mio lavoro e lo condivido con la squadra”
“Allenare, per come lo vivo io, significa programmare un percorso giorno per giorno, perseguirlo con in ragazzi, mantenendo i delicati equilibri che caratterizzano un ambiente calcistico”.
“Ho capito che la programmazione è fondamentale per scendere in campo più sicuri di se stessi, perché improvvisare rende insicuri, e se sei insicuro sei più criticabile”.

“Mi salvaguardo dalle interferenze esterne”
“Vivo la mia squadra come una famiglia, scindendo da questo sia il rapporto con la società, sia quello con i genitori, coi quali sono abituato a fare una riunione iniziale di conoscenza e basta, mantenendo poi i rapporti quasi totalmente distaccati per tutto il resto della stagione. Questo anche perché verso i miei ragazzi mi sento il loro protettore, difendendoli da tutti”.
“Per lavorare bene un allenatore dovrebbe evitare le influenze esterne negative (genitori, dirigenti) sotto ogni forma esse si presentino”.
“Ho capito che se dai troppo spazio ai genitori, poi questo ti si può ritorcere contro. Bisogna essere gentili ma mantenendo le distanze, non è che per sentirti apprezzato gli devi essere amico. Per sentirti bene ti devi sentire apprezzato dai ragazzi”.

“Sono umile, perché chiunque ha delle potenzialità e dei limiti”
“Un mister dev’essere soprattutto disponibile al confronto, in quanto ho potuto verificare personalmente come molti allenatori credono di non avere nulla da imparare. Mentre è importante che il mister viva costantemente la squadra, in ogni sua evoluzione, sia positiva che negativa, tenendo conto che questi cambiamenti sono spesso conseguenze del suo operato. Inoltre deve avere motivazioni non legate esclusivamente agli scopi personali ed economici”.
“Bisogna accettare le critiche e le correzioni che a volte vengono dagli allievi. È importante potersi confrontare liberamente, esprimendo ognuno il proprio punto di vista, e provando a trovare delle soluzioni condivise”. “L’allenatore dovrebbe essere una persona umile, al servizio dei ragazzi, a cui deve far capire che finché ci si diverte si ottengono sempre ottimi risultati”.



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“Mi predispongo ad imparare anche dai miei allievi”
“Quando alleno mi sento uno del gruppo a cui voglio insegnare quello che so, ma voglio anche imparare ciò che i ragazzi possono insegnare a me”.
“Ancora non alleno, ma quando lo farò mi predisporrò ad ascoltare i miei giocatori, ad osservarli e ad assorbire come una spugna tutti gli insegnamenti che sicuramente loro mi daranno. Tutto ciò per raggiungere dei traguardi che renderanno l’attività di allenatore il prolungamento della vecchia passione che per me è il calcio per me”.

“Mostro la mia nobiltà da piccoli risultati”
“Quando alleno i bambini mi metto nei loro panni, partecipo ad ogni esercizio e gioisco nelle partitelle insieme a loro. Quando finisco un allenamento, già penso al prossimo e tutto questo mi dà entusiasmo. Essere chiamato mister e stare con loro, mi rende una persona felice”.
“Sono due anni che alleno una squadra juniores, ho iniziato ponendomi un obbiettivo: fare meglio che potevo. Il primo 1° anno ho iniziato allenando la squadra senza portiere, con 15 quindici giocatori che non avevano mai giocato a livelli agonistici. Sono andato avanti arrivando alla fine del campionato ultimo in classifica, ma concludendo la stagione sempre con gli stessi 15 quindici giocatori con cui avevo iniziato. Quest’anno ho cominciato il campionato sempre con gli stessi giocatori più il portiere, edd a due giornate dalla conclusione del campionato ci troviamo al 5°quinto posto. Nella società in cui alleno, è la seconda volta consecutiva che la squadra categoria juniores arriva alla fine del campionato, gli altri anni si ritirava sempre prima. Credo di aver raggiunto questi risultati perché, oltre a creare un bel gruppo, ho cercato di trasmettere ai giocatori la mia carica agonistica e, il rispetto per gli altri, e facendogli capire che allenare significa sacrificio, rispetto e divertimento”.

“Attraverso il mio lavoro appago il mio istinto paterno”
“Penso che ogni mister possiede possieda due famiglie: una privata, magari anche composta da figli, l’altra è la società per cui lavora, ed i suoi figli sono i suoi uomini”.
“Vivo la squadra come una famiglia, dove gli allievi sono come tanti figli che io devo educare calcisticamente e umanamente”.
“Sono tre anni che alleno un gruppo di bambini dei Primi Calci e per me sono come tanti figli. Adesso che frequento il corso mi mancano tanto, ed il sabato pomeriggio corro da loro, anche se ho una famiglia che mi aspetta. Durante l’allenamento, c’è il momento in cui essere più seri, per fargli eseguire bene gli esercizi, ma il resto del tempo è tutto un gioco, tra risate e scherzi. Quando c’è la partita, negli spogliatoi controllo che si vestano perbene, con la maglia nei pantaloni, gli allaccio gli scarpini, anche perché evito che i genitori stiano negli spogliatoi per insegnargli ad essere autonomi. Sono io che faccio tutto ed è bellissimo”.

“Impartisco le regole per insegnare agli allievi una sana disciplina”
“Quando alleno, cerco prima di tutto di essere un educatore, dando ai ragazzi delle regole che rispecchiano la vita sociale. Faccio questo sia attraverso le parole, che attraverso il mio esempio: cerco di fargli rispettare la puntualità, di spiegaregli che non devono interrompermi per motivi futili durante le spiegazioni degli esercizi… Le regole secondo me sono dei paletti puntelli entro i quali i ragazzi devono pensare a giocare e divertirsi”.
“Allenare significa educare gli allievi soprattutto a rispettare le regole e rispettare il compagno che con te, condivide la stessa esperienza calcistica”.

“Lavoro sull’autostima degli allievi”
“La mia squadra la vivo portando gioia ed allegria nel gruppo, cercando prima di tutto di rafforzare l’autostima dei miei allievi, attraverso un rapporto di complicità, incoraggiandoli nei momenti difficili, spiegando loro che questi sono un problema nella situazione contingente, ma saranno un vantaggio per il domani. E condividendo i momenti in cui si gioisce per un minimo progresso o un obbiettivo raggiunto con impegno”.
“Ai miei ragazzi cerco di far crescere l’autostima, attraverso un gesto tecnico fatto bene, cercando di essere sempre un punto di riferimento positivo, incoraggiandoli nelle difficoltà senza fargli pesare gli errori”.

“Insegno a vincere ed a perdere”
“Ai bambini che alleno, cerco di insegnare cosa significa vincere, ma anche che dopo una sconfitta si deve sorridere, capire dove abbiamo sbagliato per cercare di migliorarci”. “Allenare per me significa vivere insieme ai ragazzi sia le sconfitte che le vittorie come esperienze che arricchiscono sia la nostra vita che la loro”.

“Tratto tutti allo stesso modo”
“La squadra per me rappresenta un gruppo di ragazzi con caratteristiche tecniche, caratteriali e fisiche diverse che devo capire ed apprezzare senza fare distinzioni. A tutti insegno a non demoralizzarsi, li incoraggio e per tutti cerco di essere un punto di riferimento”.
“Allenare i bambini per me significa metterli tutti sullo stesso piano. Quest’anno sto addirittura sperimentando la tecnica addirittura di sorteggiare chi va in campo per la partita e di farli giocare tutti per lo stesso tempo:, i risultati sono andati ben al di là delle aspettative,: ho visto i ragazzi fiorire e dimostrare a se stessi quello che non avevano mai potuto dimostrare”.
“Come mister cerco di essere equilibrato sia nelle scelte tecniche, sia nei rapporti umani. Agisco con molta attenzione verso tutti, cercando di non lasciare da parte nessuno, alleno un gruppo di adulti ed ho un rapporto molto bello con tutti, perché do sempre spiegazioni su ogni mia scelta”.

“Cerco di definire il mio ruolo per salvaguardarmi”
“Di solito faccio la doccia insieme ai miei calciatori, ma credo che così non riescono riescano a vedermi come il mister, ma come un amico e quando devo essere imperativodirettivo, sento che qualcosa non funziona”.
“Il problema più grosso nel diventare allenatore, è stato quello di creare un certo distacco tra me e la squadra, perché inizialmente ragionavo da calciatore, poi man mano, con il passare del tempo e con l’aiuto del mister in carica, mi è venuto tutto spontaneo e naturale”.
“Quando sono in panchina cerco di trattare i dirigenti con gentilezza, ma facendogli capire loro che l’allenatore sono io, quindi loro non devono intervenire sui ragazzi, e tanto meno intromettersi nei miei discorsi”.

“Ho piacere a donare la mia esperienza”
“Ricordo una partita di scarsa importanza per noi, ma non per i nostri avversari, dove verso la fine del match segnai la rete della vittoria. Tutti i miei compagni mi vennero ad abbracciare. Quel goal è stato il più bello della mia vita, anche se ha contato quasi niente. Queste emozioni però hanno contato molto per me, e provarle ancora, o meglio, farle provare ad i miei allievi, è una delle cose che mi sono prefissato”.
“Alleno perché a 20 vent’anni ho dovuto smettere di giocare… E per non allontanarmi dal campo, ho cominciato ad imparare ai ragazzi il gioco del calcio come puro divertimento, avendo imparato io ad accettare le sconfitte, ed incitando i ragazzi continuamente, anche quando sbagliano”.
“Allenare per me sarà la possibilità di trasmettere ai miei giocatori tutto ciò che di bello il calcio mi ha dato in tutti i 30 trent’anni che l’ho praticato, sia dal punto di vista tecnico-tattico, ma soprattutto dal punto di vista umano, per la molteplicità di persone che ho conosciuto, gli ambienti, le città che forse non avrei mai apprezzato senza il calcio. Contemporaneamente cercherò di vivere la squadra, affinché mi dia tutto ciò che invece non ho saputo o non ho potuto acquisire facendo il giocatore”.

“Alleno per appagare la mia grande passione”
“Allenare per me significa “’passione”. ‘Vivo la mia squadra con serenità, pur essendo il loro allenatore gli sto vicino ai ragazzi sia in campo che nei momenti extracalcistici”.
“Per me allenare è un piacere, è un divertimento stare con un gruppo di persone, con cui vivere insieme dell’emozione che solo lo sport sa dare”.
“Penso che le emozioni che mi ha dato e mi da dà tuttora il calcio, siano paragonabili solamente ad una storia d’amore o alla nascita di un figlio”.
“Sono una persona molto semplice e faccio il mister per passione, per stare a contatto con i bambini, e per scaricarmi da tutti i problemi”.
“Per me allenare è la gioia di poter insegnare cosa vuol dire amare il calcio. L’allenamento lo vivo come il momento più bello della giornata. Ecco chi sono io come allenatore, un amante del calcio e dello sport”.

* Isabella Gasperini psicologa sportiva e docente di corsi di base AIAC

domenica 2 dicembre 2012

Guardiola, quanto vale una dedica


di Isabella Gasperini
Dalla Rivista l' "Allenatore" 5, 2009


“Vorrei fare una dedica per questa vittoria al calcio italiano e soprattutto a Paolo Maldini, un esempio per tutti. So che ha avuto qualche problema nel giorno dell’addio, ma sappia che ha l’ammirazione di tutta l’Europa, da 25 anni. La dedica mia, dei giocatori e della società è per Maldini. Se cambia idea e volesse giocare ancora un anno, può venire a farlo da noi”.
Perché questa dichiarazione di Pep Guardiola, eccezionale poiché imprevista, ha lasciato tutti noi sbalorditi e anche un po’ smarriti?

    
Forse perché quando si pensa ad un giovane allenatore, che in poco tempo ha vinto dei titoli prestigiosi, tali da coronare una carriera da giocatore piena di soddisfazioni e pluripremiata, ciò che ci si aspetta, come commento a caldo a pochi minuti dal fischio finale di una Champions League da cui la squadra che allena esce vincente, è un riferimento a se stesso, ai risultati raggiunti in un anno sportivo ricco di soddisfazioni… Invece lui, in una circostanza così speciale, ha pensato a un altro essere umano, anch’esso campione dello sport, invitandolo con naturalezza a giocare nella propria squadra, e riferendosi all’evento che ha caratterizzato il suo saluto al calcio, evidenziando quanto irrilevante sia rispetto al suo lustro inalterabile.
Guardiola, con il suo gesto, ci ha lasciati sorpresi, perché ci ha mostrato uno schema diverso da quelli che siamo abituati a vedere attuarsi nel calcio, evocando, prima ancora dell’autorealizzazione, fattori quali l’amicizia, la condivisione, la stima, l’umiltà. E di comportamenti come questi gli appassionati di calcio ne hanno bisogno, perché il calcio, così com’è, ci ha abituato ad approcci sportivi basati su elementi ben diversi, vista l’attenzione data ad una performance che dev’essere per forza al limite delle proprie capacità, altrimenti si rimane fuori dalle opportunità, vista la necessità di lavorare per una vittoria da raggiungere ad ogni costo e il dover convivere con la consapevolezza che ogni gesto tecnico è sottoposto al giudizio severo di chi osserva, a ogni livello in cui si pratica il calcio.

Di tutto ciò, quel che arriva al pubblico, anziché configurare situazioni sportive che possano arricchire, sono fattori piuttosto negativi, visto che i giocatori vengono descritti perlopiù lontani dal gusto delle piccole cose, concentrati sui benefici dell’essere ricchi e godere di cose superflue, quasi spogliati del loro aspetto umano e semplice… Analogamente a ciò, il ruolo dell’allenatore vive esclusivamente in funzione dei risultati che ottiene e che, se non arrivano, possono farlo esonerare in breve tempo, schiacciato dal giudizio negativo di tutti. E il risultato di questo approccio allo sport è un accanimento che lo rende vacuo e facilmente criticabile, dando ai tifosi l’opportunità di sfogare nel calcio stesso le negatività che hanno dentro per problemi personali.
Ne risultano episodi come quello in cui un gruppo di loro, irritati verso Maldini, vai a vedere per quale motivo, ha rischiato di far rabbuiare il suo volto emozionato per l’addio all’attività di giocatore. Una carriera lunga e ricca di cose positive e nobili in campo e fuori, visto il suo impegno con l’Unicef, che va oltre l’osservazione superficiale di chi non tiene conto degli aspetti dei calciatori di cui meno si parla…
Questo accade perché dal contesto calcistico provengono input che invece di essere educativi, come per ogni sport dovrebbe essere, spingono, per inconscia emulazione, a diventare meno speciali di quelli che si è.

Per fortuna ci sono ancora tifosi e protagonisti di questo sport che, nonostante il calcio si presenti preconfezionato in uno spazio amorfo ambìto per la ricchezza, la popolarità ed altri elementi di squallida superficialità, riescono a ispirare emozioni e qualità positive come la sensibilità, la solidarietà, la fiducia, la dignità, aspetti palpabili in quel Maldini che compieva, quel 24 maggio 2009, il giro di campo per salutare il suo pubblico. Un pubblico esultante, le cui tante voci si mescolavano come a fondersi in un unico anelito, in un rumore che nel suo cuore avrà di certo fatto straripare tante emozioni e tanti ricordi, legati a grandi gioie ma probabilmente anche a momenti difficili. Perché una lunga carriera non è fatta solo di vittorie, ma anche di difficoltà da superare, infortuni, problemi personali, la tentazione di mollare e sconfitte di varia natura: nell’affrontarli l’atleta mostra la sua grandezza, perché nonostante una parte della sua anima sia intorpidita dal senso di vuoto e dalla rassegnazione, c’è un anfratto di essa in cui sorge l’eco d’una voce che lo incita a non mollare, a rialzarsi se è caduto a terra, e lo spinge a non abbandonare la sfida che vive prima di tutto con se stesso, la partita più difficile.
Nel momento in cui lo stadio gli grida attorno, e grida per lui acclamandolo, esso rappresenta l’eco di quella parte della sua anima che ha lottato per rimanere integra e non si è abbattuta. In tutto ciò, il gruppo di tifosi polemici con Maldini non è stato altro che la proiezione della parte di se stesso che avrebbe voluto boicottarlo nelle difficoltà e che non c’è riuscita. Il grande coro esultante dominava, sia nello stadio che dentro di lui.

Lo stesso frastuono del pubblico, un boato profondo e ritmico come il battito del cuore, abbracciava anche mister Guardiola nella splendida serata romana in cui si accingeva a diventare uno dei pochi protagonisti del calcio a vincere la Champions League sia come calciatore che come allenatore. Anche nella sua mente, di certo, negli ultimi momenti di quella magica partita si saranno sovrapposti emozioni, ricordi legati a vittorie e sconfitte di ogni genere. E nel sancire la sua vittoria, nell’esprimere tutta l’emozione legata all’apice di un cammino formato da anni e anni di calcio, giunto su di una vetta altissima e meravigliosa conquistata nel modo più coinvolgente, ovvero da regista di un gruppo, Pep ha donato la propria emozione proprio a quel giocatore osannato da moltissimi e fischiato da alcuni, mostrandogli amicizia e stima. Probabilmente in Maldini mister Guardiola ha visto la sua stessa forza, la dignità e la tenacia, con cui far scivolare dietro di sé le interferenze negative, che fanno l’indole del campione. Del resto, il bene ed il male stanno ovunque, sono la duplice faccia dell’esistenza, ma non tutti riescono a non farsi annichilire dalle avversità, dalle critiche e dagli attacchi negativi. Ci sono quelli che mollano e quelli che tengono duro, saldi nella loro integrità. E questo è ciò che dobbiamo assorbire dal suo gesto.
Un allenatore come mister Guardiola, che così giovane è alla guida di un club tanto prestigioso e al suo anno d’esordio riesce a conquistare la “tripletta”, ovvero campionato, Coppa del Re e Champions, suscita inconsciamente un’ammirazione tale da indurre chi assiste alle sue imprese ed è testimone al suo modo di fare a voler assorbire un po’ del suo modo di essere. Questo accade perché tra i tanti meccanismi che caratterizzano la nostra mente, di cui non ci rendiamo conto, ce n’è uno che ci spinge ad identificarci con gli altri, a sentirci al loro posto ed a vivere emozioni, come la sconfitta o la vittoria, nel caso dello sport, come se si vivessero in prima persona. Noi esseri umani, fatti di schemi mentali che neanche ci accorgiamo di utilizzare, come schede di memoria che ci servono per gestire i nostri passi in virtù di preconcetti e comportamenti prestabiliti, quando ci immergiamo nel mondo del calcio involontariamente ci aspettiamo, da giocatori ed allenatori, degli atteggiamenti, delle risposte in cui rispecchiarci, in modo tale da elargirci, nel caso della vittoria, un momento di soddisfazione, attraverso di loro, in cui veder attuarsi virtualmente la gratificazione del sentirsi realizzati.

Guardiola ha stimolato in ognuno di noi il piacere di condividere prima di prendersi la corona. Quella sera, i meriti per lui non erano fondamentali, perché era soddisfatto di aver fatto bene, e se una persona è sicura di sé e riconosce le proprie qualità non ha bisogno di mettersi in mostra o di dimostrare qualcosa. Il peso del giudizio degli altri e il bisogno di affermarsi appartengono a chi dentro di sé non si piace poi tanto come vuole far credere, ma non è il caso di questo allenatore. L’emozione che il suo gesto ci ha dato, dovremmo cercare di farla durare per un po’, almeno il tempo di assorbire dentro di noi parte del suo spirito sportivo. Anche perché la dice lunga il fatto che questo mister abbia donato al Barcellona un trittico di trofei prestigiosi in una sola stagione. Qual è stato il suo segreto? Bisogna chiedersi, al di là delle grandi capacità di tecnico, cos’è che ha favorito un così grande successo?

Una squadra ben amalgamata è come una creatura di cui il mister è l’anima: e l’umore che la caratterizza è il riflesso del modo di essere del mister. Ecco perché il suo Barcellona è così straordinario: perché lui è capace di dargli qualcosa di speciale e che probabilmente affonda le sue origini nel fatto che questo giovane allenatore è cresciuto come calciatore e come uomo in quel Camp Nou in cui, nella sua maestosità di tempio del calcio, spicca sugli spalti vuoti la frase “mes que un club”, più che un club; dove ogni sostenitore che vi siede sa di essere parte di quel club, visto che i proprietari della società sono i tifosi stessi. Guardiola è quindi l’espressione dell’energia che lì si respira, è portavoce della mentalità che in quel luogo si assorbe e il risultato del suo metodo vincente è stato lui stesso a sintetizzarlo, quando prima della finale ha affermato: “Vogliamo entrare in campo e divertirci, giocare senza paura”. Del resto in Spagna, come in gran parte d’Europa, il calcio appassiona ma non è eccessivo. Non si vedono recinzioni attorno al rettangolo di gioco e tra i settori delle tribune: e dopo la partita si spegne il televisore e non si sta ore a fare zapping tra una moltitudine di trasmissioni logorroiche.

Gli allenatori come Pep sono spiragli di luce che animano il contesto di questo sport che ha vacillato più volte, come Calciopoli ci ricorda. Ma anche in Italia, nonostante tutto, abbiamo allenatori che lavorano trascinati dal desiderio di costruire, che non pensano alla propria affermazione attraverso i risultati acquisiti in campo dai calciatori che dirigono, ma lavorano allo scopo di supportare l’atleta nella crescita mentale e fisica, che si accaniscono perché credono in quello che fanno e rimangono così nel cuore dei ragazzi che hanno allenato. Per sempre. A conferma di ciò, è capitato a uno di loro di ricevere incredulo una telefonata da uno dei giocatori che ha allenato qualche anno fa, sorpreso di essere ancora per lui una persona importante, ora che sono due colleghi. Quando questo è accaduto a mister Carletto Mazzone, lui ha creduto che si trattasse di uno scherzo…
Grande umiltà per aver pensato allo scherzo, grande personalità e carisma per aver lasciato una parte di sé in un suo allievo che lo ha voluto vicino nel condividere l’emozione di trovarsi sul tetto d’Europa.

* Isabella Gasperini
 

venerdì 23 novembre 2012

Tecnico e Genitori: quale atteggiamento assumere?



Un allievo: “Mister, ha detto papà che io sono un attaccante, quindi a centrocampo dove mi metti tu, non ci voglio più giocare”.
Un papà: “Se io non riprendo mio figlio dal bordo campo, come mi stai chiedendo di fare tu, mister, lui pensa che non gli voglio più bene”.
Un mister: “Io i miei ragazzi li adoro. Ma le lamentele e addirittura le minacce,che mi giungono attraverso gli SMS sul cellulare dopo la gara, mi fanno sentire irritato anche con loro e perdo concentrazione ed entusiasmo”.
di Isabella Gasperini
Dalla Rivista "L'Allenatore" Settembre 2005
Che cos’è il calcio, se non una sfida che riflette in campo gli eventi della vita? Secondo questa lettura, per i giovani calciatori, disputare la partita è una sorta di prova generale, in cui ci si esercita a diventare uomini. L’allenatore è il regista, che sente la sua squadra, ne filtra gli umori, gestisce le sue energie. In tutto questo gioca un ruolo fondamentale la sapienza dell’intuito, di cui ogni allenatore si avvale. Perché la sua capacità di sentire la squadra sia intatta, egli deve rimanere concentrato solo su di essa, per capire e dare un senso agli stati d’animo ed ai malumori del gruppo.
Spesso questo delicato meccanismo può venire destabilizzato dall’interferenza di elementi di disturbo, tra cui l’intromissione dei genitori sul lavoro dell’allenatore, invadendo lo spazio della relazione che si stabilisce tra il mister ed i suoi allievi, dalla quale, i genitori dovrebbero rimanere esclusi.
Ci sono genitori che invece di vedere nel calcio l’opportunità di far crescere il figlio come persona, si aspettano da questo sport dell’altro. Inoltre, il loro modo di seguire l’attività sportiva del figlio, assomiglia sempre più al sistema di proporre il calcio degli adulti da parte dei mass-media, per cui chiunque si permette di parlare di tecnica e dare giudizi come se fossero assoluti e non semplicemente una lettura personale degli avvenimenti. Gli allenatori, che il calcio lo conoscono bene, sanno che esso è ben altro dello “spettacolo” di cui parlano tutti. E’ spirito di sacrificio, è l’attenzione ai piccoli risultati, è il valore dell’insegnamento della sconfitta. Il calcio è anche sentirsi sottoposti alla critica di chi, di tutto ciò, non conosce nulla.
Perché gli allenatori possano lavorare bene, è quindi necessario che siano salvaguardati dall’interferenza di certi genitori e la modalità più efficace è senz’altro quella che cresce e si rafforza dentro di loro, attraverso la definizione del proprio senso d’identità, quali educatori al calcio e alla vita. A questo scopo sono finalizzati i suggerimenti che seguono, che si propongono come spunti di riflessione su cui edificare le basi di una diversa definizione dei rapporti tra allenatore e genitore.

Tamponare il tentativo dei genitori di invischiarsi nel ruolo dell’allenatore, attraverso un atteggiamento informale, ma professionale
La motivazione per cui certi genitori iscrivono i propri figli ad una Scuola Calcio e li seguono assiduamente se continuano negli anni questo impegno, al di là di quello che esprimono in modo esplicito, è legato spesso al desiderio più o meno cosciente di vedere attuarsi nel figlio ciò che loro non sono stati in grado di fare, ovvero mostrare di valere qualcosa, come avrebbero voluto. Desiderare per il proprio figlio il meglio, per queste persone significa desiderare il successo e la fama del giocatore famoso.
In questo desiderio, l’amore si mescola ad una sorta di irrazionale bisogno di far vedere “chi si è”, attraverso quello che fa il figlio, come se in tal modo si potesse riscattare una vita anonima in cui molto spesso si ricopre un ruolo insoddisfacente. Questo comportamento può portare tali genitori a tentare di manipolare le situazioni in cui si trovano i figli, per agevolare quello che si aspettano da loro. In linea con ciò è molto frequente che tentino di insidiarsi nella vita della squadra cercando di ricoprire qualche ruolo, anche secondario, oppure provino ad intraprendere con il mister un legame amichevole.
Stabilire un clima troppo informale e familiare con i genitori, può esporre gli allenatori a perdere il controllo della situazione, al punto di percepire come fastidiosa la vischiosità di talune persone, nel momento in cui non si può fare più nulla, ovvero quando si permettono di fare critiche o dare “consigli” che nessuno gli ha chiesto.
Quello che alcuni genitori cercano molto spesso di fare attraverso un rapporto amichevole, è di stabilire una relazione alla pari, mentre il contesto dove gli allenatori operano, si caratterizza da una differenziazione di ruoli in funzione delle competenze. Stiamo parlando di un ambiente calcistico, gli allenatori sono gli esperti, i genitori sono l’utenza. Questo non vuol dire che tutti i genitori sono inesperti di calcio. Anche se un allievo fosse il figlio di un giocatore di serie A, nel contesto in cui lavora l’allenatore è lui l’istruttore, con il proprio lavoro rappresenta la Società che lo ha scelto, quindi il suo ruolo è inequivocabile, in tale contesto quel giocatore di serie A è il genitore.
Rispettare la differenziazione di ruoli, pone i genitori nella posizione di non poter interferire, perché l’allenatore è percepito ad un altro livello di comunicazione. Ma i primi a rispettare questa differenziazione devono essere proprio gli allenatori, perché sono loro che con un atteggiamento informale ma professionale possono imporre le distanze. Probabilmente, in un altro contesto, come quello scolastico, i genitori non si permetterebbero mai di andare dall’insegnante di italiano e chiedergli come mai al proprio figlio non ha fatto studiare prima i verbi poi l’analisi logica. In quel contesto sono abituati alla differenziazione dei ruoli.
Quindi, se l’allenatore si accorge che la situazione sta prendendo una piega in cui, da parte dell’interlocutore, c’è il tentativo di modificare i ruoli, può riportare il rapporto sul livello giusto, se lui stesso è certo della propria autorevolezza.

Identificarsi con la propria autorevolezza
Ogni allenatore ha percorso un cammino in cui si è costruito un’esperienza, a conclusione del quale è sopraggiunta a premiarlo l’acquisizione della propria professionalità. Questo bagaglio costruito nel tempo, gli permette oggi di potersi concepire autorevole, esperto, competente. Ciò oltre ad alimentare la propria autostima, deve permettergli di identificarsi in un ruolo ben definito, da concepire come una base certa dalla quale muoversi.
Quando, per motivi legati alla propria storia personale, nell’allenatore il livello di autostima non è alto, può capitare involontariamente che egli tenti di difendersi dai genitori, colludendo con essi. Ciò può indurre a farsi amici i genitori scomodi, per essere accettato ed evitare la critica. Se si è certi di quello che si fa, bisogna rimanere fedeli alla propria posizione, senza tuttavia perdere l’umiltà e la consapevolezza di poter sbagliare. D’altra parte la presunzione rende ciechi e fa sentire onnipotenti, esponendo al rischio di compiere errori e non accorgersene. E’ quello che può succedere a chi ha troppa stima in se stesso.
Bisogna, quindi, cercare di mantenere sempre l’umiltà, ma riconoscere anche quanto si vale.


Imparare a tollerare le critiche dei genitori
Per preservare il lavoro degli allenatori, è riduttivo limitarsi a tentare di far capire ai genitori la componente distruttiva dei loro giudizi su ciò che cerca di realizzare il mister. E’ più efficace tentare di affrontare la situazione, sostenendo l’allenatore a modificare il suo atteggiamento verso l’attacco aggressivo che subisce con la critica, riconoscendo le emozioni che in tal modo vengono attivate in lui.
I giudizi dei genitori, spesso, non sono attendibili, in quanto è difficile essere obbiettivi nel valutare ciò che ci coinvolge personalmente, nel loro caso si tratta dei figli. Tuttavia, le loro critiche vanno accolte, purchè siano costruttive e finalizzate a lavorare meglio. Sarebbe bene, quando i giudizi sono diretti al mister, che i genitori, senza bisbigliarli tra loro, li comunicassero alla Società, in modo che questa possa fare da filtro e gestire la situazione.
Ma nonostante questo approccio sia finalizzato a far sentire i mister tutelati, l’effetto che le critiche suscitano in ognuno di loro è diverso da persona a persona.
Ognuno reagisce nel suo modo personale alle critiche in genere e, spesso, la modalità utilizzata è quella appresa nel corso dei primi anni di vita ed è legata a come si è vissuto l’aspetto autoritario delle proprie figure genitoriali. Quindi di fronte alla critica, si utilizza sempre la stessa reazione, che può essere di sentirsi disorientati, o intolleranti, oppure di deprimersi. In ogni caso la critica, senza che ce ne accorgiamo, ci induce a chiederci: “ma io quanto valgo?”
Per imparare a tollerare le critiche, bisogna, quindi, cercare di capire guardandosi dentro, qual’è la personale reazione ad esse, perché nel momento in cui conosciamo il nostro modo di reagire agli eventi, questi non li viviamo più tanto insidiosi ed incontrollabili.

Non farsi sorprendere dall’avversione di alcuni genitori
L’insoddisfazione dei genitori può indurre l’allenatore a pensare di non aver fatto bene il proprio lavoro. Questo può rappresentare per lui uno stimolo costruttivo a riflettere su ciò che fa, senza temere di mettersi in discussione, ma cercando degli spunti di crescita.
Tuttavia, il mister non deve ricercare il motivo della loro insoddisfazione soltanto nel proprio modo di lavorare, molto spesso i genitori sono scontenti dell’allenatore perché egli non soddisfa le loro aspettative. Nel caso il figlio non fosse molto portato per il calcio, è più facile prendersela con l’allenatore, con cui il genitore non stringe nessun legame emotivo, che accettare l’idea che il proprio figlio non sia bravo a giocare a pallone. Se il mister sa di essere esposto a questo meccanismo, può tollerare meglio l’ostilità dei genitori, perché sa valutarla anche secondo questa lettura.

Rendersi disponibili a definire uno spazio al genitore, seppure circoscritto.
Nonostante che con il loro comportamento i genitori possano attivare reazioni di animosità, è bene trovare il modo di farli sentire utili. Questo è possibile coinvolgendoli nell’organizzazione pratica degli impegni della squadra, come per esempio nelle trasferte, ambito in cui i genitori risultano un elemento valido anche per la Società. Bisogna rimarcare loro il ruolo fondamentale che assumono, come supporto all’aspetto emotivo ed educativo del figlio.
Concentrare la loro attenzione sul fatto che una buona prestazione è il risultato di una buona preparazione tecnico-motoria e di adeguate condizioni psicologiche, permette all’allenatore di definire che le sue competenze, rispetto all’aspetto tecnico sono esclusive. Permette inoltre di sottolineare al genitore il ruolo rilevante che egli assume, nel seguire la condizione emotiva del figlio, per cui è necessaria la sua attiva collaborazione.
In questo modo, i genitori percepiscono che è riservato anche a loro uno spazio nell’attività calcistica del figlio, canalizzando il loro bisogno di intromettersi nell’attività del mister in qualcosa di utile.

Riferirsi all’appartenenza ad un gruppo di lavoro
Gli allenatori di una stessa Società dovrebbero cercare di lavorare in contatto tra di loro, magari potendo contare sulla presenza di un valido direttore tecnico, quale punto di riferimento per tutti. Ognuno contribuisce con la sua competenza ad uno stesso scopo: far crescere gli allievi, sia dal punto di vista tecnico-motorio, sia dal punto di vista comportamentale. L’appartenenza al gruppo fa sentire l’allenatore sostenuto da esso e gli garantisce uno spazio in cui potersi confrontare.

Trasformare le proprie convinzioni in fermezza.
Se l’allenatore è convinto della propria professionalità e delle decisioni che prende, ciò si trasforma nel suo comportamento in fermezza. Con i ragazzi, questo aspetto dell’adulto è importantissimo, perché la fermezza gli dà sicurezza. Purtroppo al mondo d’oggi è un po’ fuori moda, nei metodi educativi familiari predomina spesso il buonismo, la difficoltà a dire no ai figli. Ma loro hanno bisogno di confrontarsi sia con le frustrazioni, attivate dai no o dai rimproveri, sia con le ricompense espresse dagli apprezzamenti. In questo senso, l’allenatore può essere un’efficace supporto educativo al lavoro che compie la famiglia.
Quindi, nel momento in cui l’allenatore si trova di fronte ad una scelta difficile da fare, più che la certezza di scegliere l’alternativa giusta, cosa a volte molto difficile, è importante che sostenga la posizione che intraprende, con fermezza. Questa rappresenta, in tal modo, un freno per chi vorrebbe tentare di manipolarlo ed è rassicurante per coloro che si affidano alla sua professionalità per istruire al calcio il proprio figlio, mostrandogli fiducia. Non bisogna dimenticare che ci sono anche dei genitori gratificanti.

In conclusione, ogni allenatore, per svolgere serenamente il suo lavoro, deve affidarsi al proprio intuito ed alla propria fantasia. Deve sentirsi capace, nel gestire la squadra, di preservarsi dagli attacchi esterni, sia dei genitori, sia della stampa o altro.
Per fare questo, è necessario che in lui cresca la capacità di concentrarsi soltanto sulla consapevolezza che, al di là dei risultati e delle opinioni degli altri, egli svolge il suo lavoro con passione ed amore per il calcio. Ogni allenatore dovrebbe essere in grado di riconoscersi, usando un termine rubato a Darwin Pastorin1, in un “principe della zolla, campione dentro e fuori il rettangolo di gioco”, tenendo conto che può considerarsi tale chi, come lui, cerca di donare il meglio di sè ai suoi allievi, insegnandogli il vero sapore e il vero volto del calcio e dello sport, indipendentemente da qualsiasi interferenza. Ciò che ne risulta è la definizione di un ruolo che stabilisce una posizione del mister difficilmente vulnerabile.




venerdì 9 novembre 2012

Il portiere e la sua mente

 di Roberto Babini e Isabella Gasperini, dalla Rivista "l'Allenatore" numero 1-2008
dedicato a Alessio e Luca
 
 
Se ci si pone ad osservare il calcio estrapolandosi dalle azioni di gioco, concentrando invece l’attenzione sui suoi protagonisti, ci si rende conto che il modo in cui vive la gara il portiere è completamente differente da come la affrontano gli altri giocatori. In lui è esaltata la tenacia di non demordere, la freddezza che gli permette di controllare la situazione, perché il portiere è abituato a reagire ai goal subiti, ma anche a non esaltarsi troppo se compie una bella parata, per mantenere intatta la sua concentrazione.
Il suo temperamento fatto di vigore, resistenza, solidità emotiva, si forgia nel tempo, si raffina attraverso le esperienze spigolose alle quali è sottoposto continuamente.È il risultato di una serie sconfinata di prove negative che è stato costretto a superare se, come portiere, voleva sopravvivere. Proprio come avviene nella sopravvivenza delle razze pregiate in natura, che divengono appunto pregiate perché rare, tali da essere il risultato di una selezione naturale provocata dall’esclusione di quegli elementi che non sono riusciti a sottrarsi alle avversità che le hanno investite.
 
Tra i pali, la mente di chi sceglie di giocare in porta si leviga, il carattere si scalfisce, soprattutto perché si è costretti a farsi scivolare dalle proprie spalle gli eventi negativi. Ma in questo modo ci si rafforza. Sapere che le proprie mani sono in grado di bloccare l’azione di un’intera squadra, rende il portiere un grande estimatore di se stesso, e tale elemento soprattutto su un bambino in crescita che sceglie di praticare questo ruolo, può essere fondamentale. Perché i palloni da parare nella vita sono tanti, e facendo il portiere si possono acquisire delle strategie utili non solo in campo ma nella quotidianità.
Tali strategie si assorbono dal fare esperienza di una serie sconfinata di traversie, che iniziano da quando i portieri, da bambini, scendono in campo con i guantoni più grandi di loro e tentano goffi ed impacciati con quei pantaloni imbottiti, di bloccare la palla che continua a volteggiare dietro di loro.
Crescendo, si devono abituare a sopportare eventi a loro sfavore, come le grida esultanti dei genitori dei bambini avversari, nel momento in cui loro sono disperati e vorrebbero piangere perché quel goal subito li fa sentire distrutti. O quando un po’ più grandi, si sentono dire dai compagni che hanno perso la partita, per un goal stupido che ha preso il portiere, o che gli sbagli del portiere sono papere e quelli di loro giocatori sono lisci. Per non parlare dei portieri che si apprestano a praticare l’agonismo, ce la mettono tutta per acquisire la fiducia dei compagni, e sanno che poi basta un episodio negativo per vedersi smontare tutta la stima faticosamente costruita.

Ma se ci si accinge a guardare un portiere in campo a tutto ciò non si pensa, la definizione di questo ruolo che si è strutturata nel tempo, è fondata sulla superficialità di ciò che si osserva, e colui che sta in porta, viene visto semplicemente come un giocatore ai limiti dell’area che all’improvviso entra nella visione del gioco e scompare nel momento che la palla viene rimessa in campo. Di rado egli viene concepito come l’ultimo uomo della difesa di cui fa parte, e se subisce un goal, raramente questo episodio viene letto come un evento di cui tutta la difesa può essere responsabile.
Anche i compagni stessi, spesso non si rendono conto che mentre il loro compito, è quello di conquistare e difendere la palla, quello del portiere è ben diverso, visto che consiste nel dominare la meta ambita dagli avversari.
Il suo ruolo, attribuisce al portiere un grande senso di responsabilità, perchè egli è cosciente che un suo sbaglio può essere fondamentale per cambiare il risultato. Ciò lo predispone ad essere sottoposto a critiche a volte gratuite ed immeritate, che ledono sulla sua autostima. Questo perchè i giudizi sui suoi interventi, si caratterizzano con facilità dall’assenza di attenuanti. Al portiere nella maggior parte delle situazioni non viene perdonato niente, ed è facile che ci si ricordi di lui soltanto in relazione all’ultimo errore compiuto.
Anche se la sua partita risulta impeccabile, prendere un goal all’ultimo minuto, non verrà mai giudicato con lo stesso atteggiamento utilizzato per un attaccante che all’ultimo momento sbaglia un goal davanti alla porta.
 
Capri espiatori per eccellenza, depositari della rabbia dei tifosi e dei giocatori in ogni caso, in ogni circostanza, perché perdere fa male a tutti e bisogna prendersela con qualcuno, trovare un motivo che spesso nasconde a se stessi la consapevolezza delle vere ragioni di un risultato deprimente. È più facile negare che il proprio figlio o la propria squadra abbia compiuto una prestazione mediocre, e prendersela con il portiere perchè ha parato male. In realtà bisognerebbe invece rendersi conto nel giudicare il gioco compiuto in campo (ma è proprio necessario dover per forza giudicare?), che spesso si perde non perché il portiere non è riuscito a parare, ma semplicemente perché gli altri giocatori non sono riusciti a mettere la palla in porta. È come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ogni evento può essere letto attraverso una duplice angolatura. E così ogni volta che entra in campo, il portiere si accinge a compiere una sfida verso se stesso e verso gli altri, e ciò richiede molta fermezza e tenacia. Egli gioca per vincere e per scongiurare quindi la sconfitta come tutti gli altri, ma la partita è per lui una sfida dai toni più accesi, perché come un ottimo intervento lo innalza sul podio più alto, rappresentando la negazione dell’esultanza dell’avversario e lo scampato pericolo per il suo gruppo, la palla che entra lo rende inequivocabilmente responsabile della sconfitta di tutti.


L’entusiasmo della sua parata, spesso dura poco, perché per mantenere la concentrazione non può soffermarsi troppo su ciò che gli è ben riuscito. E questo lo distingue enormemente dalle reazioni del compagno che fa goal e che viene festeggiato anche in modo plateale da maglie che si tolgono, da capriole e giri intorno alle bandierine. Il compagno che fa goal concede alla squadra di esplodere la tensione accumulata, quindi dona un momento che carica ogni elemento del gruppo, esperienza che il portiere può sperimentare raramente in relazione ad un suo intervento, giusto ad un calcio di rigore parato ai tempi supplementari.
Tuttavia tutte le situazioni negative che sperimenta sulla sua pelle, tutte le critiche che con facilità lo colpevolizzano, lo fanno crescere di più a livello caratteriale, rispetto agli altri giocatori.
Accade con una certa frequenza che i portieri riescono a giocare ad ottimi livelli anche dopo i 40 anni, non solo perché fisicamente si logorano meno (pur allenandosi duramente e più volte degli altri) ma anche perchè il loro stato d’animo è meno vulnerabile, visto che sin da piccoli hanno imparato a confrontarsi con situazioni frustranti, come sopportare lo stress di essere sempre attenti e vigili, anche quando il gioco si compie lontano da lui; o mostrarsi resistenti alle prese in giro ed alle pacche di commiato dei compagni che invece di confortare dopo un goal subito tendono a deprimere;o dover mantenere inamovibile la stima in se stessi, pur avendo compiuto in precedenza un errore. Ma soprattutto ciò che rafforza la mente di un portiere è la capacità di tollerare in campo il proprio senso di solitudine, nonostante egli faccia parte di un gruppo. Il portiere deve gestire le sue emozioni da solo, essendo queste diverse da quelle di tutti gli altri: lui protegge la porta, mentre per gli altri la porta è l’elemento da varcare.
Il suo abbigliamento diverso, la sua postura, il fatto che il suo lavoro consiste nel muovere sapientemente le mani più che i piedi, lo rendono consapevole del suo essere un’altra cosa, e lui sa che i compagni non possono comprenderlo a fondo, semplicemente perché non sono portieri. La maggior parte delle volte tutto ciò rimane nascosto nell’inconsapevolezza, perché non è evidenziato al gruppo, il portiere non è aiutato ad essere compreso dalla squadra, forse semplicemente perché nella mentalità comune a questo non si pensa. Dagli spalti si segue la partita e l’attenzione in gran parte del tempo è rivolta ai giocatori che si competono la palla. Il portiere sta lì, a bordo campo, e nessuno si sofferma a leggere tra le righe, a riflettere che in ogni attimo della partita egli è vigile e pronto a reagire. Ogni azione osservata tra i pali, aumenta il suo livello di adrenalina, ed egli accumula energia, la sente premere sotto la sua pelle smaniosa di irrompere. Ma spesso quando la palla si dirige verso di lui, e l’occasione per potersi sfogare finalmente si presenta, deve fare i conti con una serie di situazioni avverse, come la consapevolezza che i compagni in difesa non sono disposti adeguatamente, analogamente alla foga dell’attaccante che vuole prorompere la porta.
Così per lui agire diviene sinonimo di saldezza ed estraneità da ogni stimolo esterno. Nel momento in cui entra in gioco per difendere la porta, deve essere capace di annullare ogni pensiero, e di farsi scivolare via la paura che l’avversario possa travalicare quello spazio che lui sta presidiando con tutte le sue forze.
Il suo impeto esplode comunque nell’azione rivolta a bloccare la palla, e se non ci riesce, sentire il pubblico che esulta perché è stato fatto goal, vedere gli avversari che si abbracciano confusi con i suoi compagni delusi, rappresenta per ogni portiere un elemento che disorienta ed al momento stesso distrugge, perché è come se quel mondo che metaforicamente il campo rappresenta ad averlo sbeffeggiato.
Non c’è complicità per la sua desolazione, anzi spesso è acuita dalle critiche dei compagni. E qui entra in gioco la persona che si nasconde dietro i guantoni ed i pantaloni imbottiti. Bisogna essere veramente forti per poter essere in grado di riprendere tutti i pezzettini di sé frantumati dal goal subito e dalle critiche, e ritrovare la motivazione giusta per rimettersi subito in gioco con entusiasmo.
Il portiere ci riesce perché serba in sé una preziosa consapevolezza acquisita dalla sua esperienza: quella che ogni sogno infranto può essere riscattato. Egli vive questa emozione ogni volta che si rialza da terra dopo che la palla ha varcato quella porta che inutilmente ha tentato di difendere, ed ogni volta, in ogni caso, ha sempre il coraggio di rialzare la testa, e porsi come un leone in procinto di attaccare tra i due pali, a sbandierare la sua fierezza e la sua belligerante dignità.
Ecco da dove proviene la ragione per cui i portieri, utilizzando una metafora adeguata al business che è diventato il calcio, possono essere concepiti una merce rara. Ce ne sono pochi, perché non tutti se la sentono di rischiare se stessi e l’integrità della propria autostima mettendosi in porta. Per certi versi si sta più tranquilli al centrocampo, o in difesa o all’attacco, dove può delinearsi l’opportunità, seppure utilizzata da pochi e raramente, di evitare di farsi coinvolgere, cosa che il portiere non può fare. Lui deve parare e basta. E così tanti aspiranti calciatori, pur provando a mettersi in porta, ben presto preferiscono“giocare sotto”, dove si può scegliere ogni volta se farsi coinvolgere o no dall’azione, lasciando gestire la porta da chi, avendo coraggio da vendere, si mette in gioco in ogni caso.
È quindi necessario salvaguardare di più lo stato d’animo di questa razza pregiata in via di estinzione. Il ruolo del portiere necessita più rispetto, e per garantire questo c’è bisogno di maggiore attenzione per il suo operato, da parte del contesto sportivo, dei compagni di squadra, del pubblico e dei mass media. Soppesare in modo frettoloso ciò che si osserva praticare dagli altri, rientra in un qualunquismo calcistico, che è difficile demolire, tutti si sentono capaci di suggerire alternative incompiute che avrebbero salvato il risultato, e questo atteggiamento spesso con i portieri è esaltato. Bisognerebbe far capire a chi osserva la partita che oltre a dirigere la difesa, il portiere accumula le tensioni di tutti ed è portatore della responsabilità di difendere quello che in campo si costruisce, anche quando sembra che per colpa sua il lavoro del gruppo venga distrutto.
Il calcio, come ogni altra disciplina, andrebbe quindi associato ad una lettura più attenta, e parlare alla squadra spiegando che quel compagno che sta tra i pali ha un ruolo diverso, verso il quale la tolleranza deve iniziare proprio dentro l’area di gioco, può essere utile per garantire al portiere di divertirsi di più.



* Roberto Babini, Allenatore di Base, c/o Lodigiani

* Isabella Gasperini, Psicologa, Psicoterapeuta c/o Lodigiani e Atletic Soccer Accademy

giovedì 1 novembre 2012

LA DOCCIA NELLO SPOGLIATOIO NON LA FACCIO!

In un contesto di gioco come quello della Scuola Calcio  dove ai bambini è concesso di sentirsi liberi e sperimentare una certa autonomia, costringerli a fare una cosa contro la loro volontà potrebbe sembrare sbagliato. Ma se un bambino dopo un certo numero di allenamenti insiste a non voler fare la doccia assieme agli altri prima di tornarsene a casa la fermezza dei genitori potrebbe essergli di grande beneficio. Farsi la doccia con i compagni di squadra è un momento di aggregazione e di condivisione di uno spazio comune che stimola il bambino a salvaguardarsi, perché nella doccia si può scivolare, e perché dopo l'allenamento si è sudati e tornare a casa così può far ammalare. Fare la doccia consente al bambino di imparare a ritagliarsi uno spazio all'interno dello spazio comune e poi proteggerlo da chi lo vuole invadere analogamente alla condivisione della panca dove poggiare le proprie cose. A volte i bambini sono irruenti e prepotenti e bisogna imparare difendersi da certo attacchi "con sportività". 

Nella doccia si è nudi e questo a volte fa sentire i bambini più deboli. Ma evitare la doccia e accordare il bambino può rappresentare per lui un modo per abituarlo ad eludere gli ostacoli! Invece indurlo pian piano ad affrontare le situazioni e le possibili difficoltà che in esse possono avvenire lo aiuta a trovare delle strategie personali per risolvere i problemi. Lo spogliatoio così come il rettangolo verde è una ulteriore palestra di vita dove si impara a stare insieme, ad avere cura delle proprie cose, si stringono amicizie, si litiga e si fa pace, quindi bisogna far comprendere al bambino che è meglio  fare la doccia insieme agli altri piuttosto che andare a casa sudato, perché così non rischia di raffreddarsi e soprattutto perchè vivere lo spogliatoio fa bene alla sua crescita!

Se si tratta di evitare la doccia perché la nudità rappresenta per il bambino un problema si può suggerirgli di indossare in doccia le mutandine o un costume. L’abitudine a stare con i compagni che non hanno nulla addosso, l’osservazione degli altri bambini che si muovono nudi con naturalezza, gli insegnerà a superare questa piccola limitazione. Di certo l'atteggiamento dei genitori sarà fondamentale, se l'ostinazione del proprio figlio di non voler fare la doccia rappresenta un problema che procura ansia a mamma e papà, difficilmente si riuscirà ad aiutare il bambino a superare questa sua presa di posizione. Quindi questo atteggiamento assai comune nei bambini soprattutto all'inizio della stagione sportiva deve essere vissuto prima di tutto con serenità da  mamma e papà. I mister in tutto ciò hanno il compito di esortare i bambini a vivere ogni momento che caratterizza la loro esperienza sportiva con naturalezza e con il senso pratico e la spontaneità che niente come il loro esempio esorta con più incisività.