venerdì 23 novembre 2012

Tecnico e Genitori: quale atteggiamento assumere?



Un allievo: “Mister, ha detto papà che io sono un attaccante, quindi a centrocampo dove mi metti tu, non ci voglio più giocare”.
Un papà: “Se io non riprendo mio figlio dal bordo campo, come mi stai chiedendo di fare tu, mister, lui pensa che non gli voglio più bene”.
Un mister: “Io i miei ragazzi li adoro. Ma le lamentele e addirittura le minacce,che mi giungono attraverso gli SMS sul cellulare dopo la gara, mi fanno sentire irritato anche con loro e perdo concentrazione ed entusiasmo”.
di Isabella Gasperini
Dalla Rivista "L'Allenatore" Settembre 2005
Che cos’è il calcio, se non una sfida che riflette in campo gli eventi della vita? Secondo questa lettura, per i giovani calciatori, disputare la partita è una sorta di prova generale, in cui ci si esercita a diventare uomini. L’allenatore è il regista, che sente la sua squadra, ne filtra gli umori, gestisce le sue energie. In tutto questo gioca un ruolo fondamentale la sapienza dell’intuito, di cui ogni allenatore si avvale. Perché la sua capacità di sentire la squadra sia intatta, egli deve rimanere concentrato solo su di essa, per capire e dare un senso agli stati d’animo ed ai malumori del gruppo.
Spesso questo delicato meccanismo può venire destabilizzato dall’interferenza di elementi di disturbo, tra cui l’intromissione dei genitori sul lavoro dell’allenatore, invadendo lo spazio della relazione che si stabilisce tra il mister ed i suoi allievi, dalla quale, i genitori dovrebbero rimanere esclusi.
Ci sono genitori che invece di vedere nel calcio l’opportunità di far crescere il figlio come persona, si aspettano da questo sport dell’altro. Inoltre, il loro modo di seguire l’attività sportiva del figlio, assomiglia sempre più al sistema di proporre il calcio degli adulti da parte dei mass-media, per cui chiunque si permette di parlare di tecnica e dare giudizi come se fossero assoluti e non semplicemente una lettura personale degli avvenimenti. Gli allenatori, che il calcio lo conoscono bene, sanno che esso è ben altro dello “spettacolo” di cui parlano tutti. E’ spirito di sacrificio, è l’attenzione ai piccoli risultati, è il valore dell’insegnamento della sconfitta. Il calcio è anche sentirsi sottoposti alla critica di chi, di tutto ciò, non conosce nulla.
Perché gli allenatori possano lavorare bene, è quindi necessario che siano salvaguardati dall’interferenza di certi genitori e la modalità più efficace è senz’altro quella che cresce e si rafforza dentro di loro, attraverso la definizione del proprio senso d’identità, quali educatori al calcio e alla vita. A questo scopo sono finalizzati i suggerimenti che seguono, che si propongono come spunti di riflessione su cui edificare le basi di una diversa definizione dei rapporti tra allenatore e genitore.

Tamponare il tentativo dei genitori di invischiarsi nel ruolo dell’allenatore, attraverso un atteggiamento informale, ma professionale
La motivazione per cui certi genitori iscrivono i propri figli ad una Scuola Calcio e li seguono assiduamente se continuano negli anni questo impegno, al di là di quello che esprimono in modo esplicito, è legato spesso al desiderio più o meno cosciente di vedere attuarsi nel figlio ciò che loro non sono stati in grado di fare, ovvero mostrare di valere qualcosa, come avrebbero voluto. Desiderare per il proprio figlio il meglio, per queste persone significa desiderare il successo e la fama del giocatore famoso.
In questo desiderio, l’amore si mescola ad una sorta di irrazionale bisogno di far vedere “chi si è”, attraverso quello che fa il figlio, come se in tal modo si potesse riscattare una vita anonima in cui molto spesso si ricopre un ruolo insoddisfacente. Questo comportamento può portare tali genitori a tentare di manipolare le situazioni in cui si trovano i figli, per agevolare quello che si aspettano da loro. In linea con ciò è molto frequente che tentino di insidiarsi nella vita della squadra cercando di ricoprire qualche ruolo, anche secondario, oppure provino ad intraprendere con il mister un legame amichevole.
Stabilire un clima troppo informale e familiare con i genitori, può esporre gli allenatori a perdere il controllo della situazione, al punto di percepire come fastidiosa la vischiosità di talune persone, nel momento in cui non si può fare più nulla, ovvero quando si permettono di fare critiche o dare “consigli” che nessuno gli ha chiesto.
Quello che alcuni genitori cercano molto spesso di fare attraverso un rapporto amichevole, è di stabilire una relazione alla pari, mentre il contesto dove gli allenatori operano, si caratterizza da una differenziazione di ruoli in funzione delle competenze. Stiamo parlando di un ambiente calcistico, gli allenatori sono gli esperti, i genitori sono l’utenza. Questo non vuol dire che tutti i genitori sono inesperti di calcio. Anche se un allievo fosse il figlio di un giocatore di serie A, nel contesto in cui lavora l’allenatore è lui l’istruttore, con il proprio lavoro rappresenta la Società che lo ha scelto, quindi il suo ruolo è inequivocabile, in tale contesto quel giocatore di serie A è il genitore.
Rispettare la differenziazione di ruoli, pone i genitori nella posizione di non poter interferire, perché l’allenatore è percepito ad un altro livello di comunicazione. Ma i primi a rispettare questa differenziazione devono essere proprio gli allenatori, perché sono loro che con un atteggiamento informale ma professionale possono imporre le distanze. Probabilmente, in un altro contesto, come quello scolastico, i genitori non si permetterebbero mai di andare dall’insegnante di italiano e chiedergli come mai al proprio figlio non ha fatto studiare prima i verbi poi l’analisi logica. In quel contesto sono abituati alla differenziazione dei ruoli.
Quindi, se l’allenatore si accorge che la situazione sta prendendo una piega in cui, da parte dell’interlocutore, c’è il tentativo di modificare i ruoli, può riportare il rapporto sul livello giusto, se lui stesso è certo della propria autorevolezza.

Identificarsi con la propria autorevolezza
Ogni allenatore ha percorso un cammino in cui si è costruito un’esperienza, a conclusione del quale è sopraggiunta a premiarlo l’acquisizione della propria professionalità. Questo bagaglio costruito nel tempo, gli permette oggi di potersi concepire autorevole, esperto, competente. Ciò oltre ad alimentare la propria autostima, deve permettergli di identificarsi in un ruolo ben definito, da concepire come una base certa dalla quale muoversi.
Quando, per motivi legati alla propria storia personale, nell’allenatore il livello di autostima non è alto, può capitare involontariamente che egli tenti di difendersi dai genitori, colludendo con essi. Ciò può indurre a farsi amici i genitori scomodi, per essere accettato ed evitare la critica. Se si è certi di quello che si fa, bisogna rimanere fedeli alla propria posizione, senza tuttavia perdere l’umiltà e la consapevolezza di poter sbagliare. D’altra parte la presunzione rende ciechi e fa sentire onnipotenti, esponendo al rischio di compiere errori e non accorgersene. E’ quello che può succedere a chi ha troppa stima in se stesso.
Bisogna, quindi, cercare di mantenere sempre l’umiltà, ma riconoscere anche quanto si vale.


Imparare a tollerare le critiche dei genitori
Per preservare il lavoro degli allenatori, è riduttivo limitarsi a tentare di far capire ai genitori la componente distruttiva dei loro giudizi su ciò che cerca di realizzare il mister. E’ più efficace tentare di affrontare la situazione, sostenendo l’allenatore a modificare il suo atteggiamento verso l’attacco aggressivo che subisce con la critica, riconoscendo le emozioni che in tal modo vengono attivate in lui.
I giudizi dei genitori, spesso, non sono attendibili, in quanto è difficile essere obbiettivi nel valutare ciò che ci coinvolge personalmente, nel loro caso si tratta dei figli. Tuttavia, le loro critiche vanno accolte, purchè siano costruttive e finalizzate a lavorare meglio. Sarebbe bene, quando i giudizi sono diretti al mister, che i genitori, senza bisbigliarli tra loro, li comunicassero alla Società, in modo che questa possa fare da filtro e gestire la situazione.
Ma nonostante questo approccio sia finalizzato a far sentire i mister tutelati, l’effetto che le critiche suscitano in ognuno di loro è diverso da persona a persona.
Ognuno reagisce nel suo modo personale alle critiche in genere e, spesso, la modalità utilizzata è quella appresa nel corso dei primi anni di vita ed è legata a come si è vissuto l’aspetto autoritario delle proprie figure genitoriali. Quindi di fronte alla critica, si utilizza sempre la stessa reazione, che può essere di sentirsi disorientati, o intolleranti, oppure di deprimersi. In ogni caso la critica, senza che ce ne accorgiamo, ci induce a chiederci: “ma io quanto valgo?”
Per imparare a tollerare le critiche, bisogna, quindi, cercare di capire guardandosi dentro, qual’è la personale reazione ad esse, perché nel momento in cui conosciamo il nostro modo di reagire agli eventi, questi non li viviamo più tanto insidiosi ed incontrollabili.

Non farsi sorprendere dall’avversione di alcuni genitori
L’insoddisfazione dei genitori può indurre l’allenatore a pensare di non aver fatto bene il proprio lavoro. Questo può rappresentare per lui uno stimolo costruttivo a riflettere su ciò che fa, senza temere di mettersi in discussione, ma cercando degli spunti di crescita.
Tuttavia, il mister non deve ricercare il motivo della loro insoddisfazione soltanto nel proprio modo di lavorare, molto spesso i genitori sono scontenti dell’allenatore perché egli non soddisfa le loro aspettative. Nel caso il figlio non fosse molto portato per il calcio, è più facile prendersela con l’allenatore, con cui il genitore non stringe nessun legame emotivo, che accettare l’idea che il proprio figlio non sia bravo a giocare a pallone. Se il mister sa di essere esposto a questo meccanismo, può tollerare meglio l’ostilità dei genitori, perché sa valutarla anche secondo questa lettura.

Rendersi disponibili a definire uno spazio al genitore, seppure circoscritto.
Nonostante che con il loro comportamento i genitori possano attivare reazioni di animosità, è bene trovare il modo di farli sentire utili. Questo è possibile coinvolgendoli nell’organizzazione pratica degli impegni della squadra, come per esempio nelle trasferte, ambito in cui i genitori risultano un elemento valido anche per la Società. Bisogna rimarcare loro il ruolo fondamentale che assumono, come supporto all’aspetto emotivo ed educativo del figlio.
Concentrare la loro attenzione sul fatto che una buona prestazione è il risultato di una buona preparazione tecnico-motoria e di adeguate condizioni psicologiche, permette all’allenatore di definire che le sue competenze, rispetto all’aspetto tecnico sono esclusive. Permette inoltre di sottolineare al genitore il ruolo rilevante che egli assume, nel seguire la condizione emotiva del figlio, per cui è necessaria la sua attiva collaborazione.
In questo modo, i genitori percepiscono che è riservato anche a loro uno spazio nell’attività calcistica del figlio, canalizzando il loro bisogno di intromettersi nell’attività del mister in qualcosa di utile.

Riferirsi all’appartenenza ad un gruppo di lavoro
Gli allenatori di una stessa Società dovrebbero cercare di lavorare in contatto tra di loro, magari potendo contare sulla presenza di un valido direttore tecnico, quale punto di riferimento per tutti. Ognuno contribuisce con la sua competenza ad uno stesso scopo: far crescere gli allievi, sia dal punto di vista tecnico-motorio, sia dal punto di vista comportamentale. L’appartenenza al gruppo fa sentire l’allenatore sostenuto da esso e gli garantisce uno spazio in cui potersi confrontare.

Trasformare le proprie convinzioni in fermezza.
Se l’allenatore è convinto della propria professionalità e delle decisioni che prende, ciò si trasforma nel suo comportamento in fermezza. Con i ragazzi, questo aspetto dell’adulto è importantissimo, perché la fermezza gli dà sicurezza. Purtroppo al mondo d’oggi è un po’ fuori moda, nei metodi educativi familiari predomina spesso il buonismo, la difficoltà a dire no ai figli. Ma loro hanno bisogno di confrontarsi sia con le frustrazioni, attivate dai no o dai rimproveri, sia con le ricompense espresse dagli apprezzamenti. In questo senso, l’allenatore può essere un’efficace supporto educativo al lavoro che compie la famiglia.
Quindi, nel momento in cui l’allenatore si trova di fronte ad una scelta difficile da fare, più che la certezza di scegliere l’alternativa giusta, cosa a volte molto difficile, è importante che sostenga la posizione che intraprende, con fermezza. Questa rappresenta, in tal modo, un freno per chi vorrebbe tentare di manipolarlo ed è rassicurante per coloro che si affidano alla sua professionalità per istruire al calcio il proprio figlio, mostrandogli fiducia. Non bisogna dimenticare che ci sono anche dei genitori gratificanti.

In conclusione, ogni allenatore, per svolgere serenamente il suo lavoro, deve affidarsi al proprio intuito ed alla propria fantasia. Deve sentirsi capace, nel gestire la squadra, di preservarsi dagli attacchi esterni, sia dei genitori, sia della stampa o altro.
Per fare questo, è necessario che in lui cresca la capacità di concentrarsi soltanto sulla consapevolezza che, al di là dei risultati e delle opinioni degli altri, egli svolge il suo lavoro con passione ed amore per il calcio. Ogni allenatore dovrebbe essere in grado di riconoscersi, usando un termine rubato a Darwin Pastorin1, in un “principe della zolla, campione dentro e fuori il rettangolo di gioco”, tenendo conto che può considerarsi tale chi, come lui, cerca di donare il meglio di sè ai suoi allievi, insegnandogli il vero sapore e il vero volto del calcio e dello sport, indipendentemente da qualsiasi interferenza. Ciò che ne risulta è la definizione di un ruolo che stabilisce una posizione del mister difficilmente vulnerabile.




venerdì 9 novembre 2012

Il portiere e la sua mente

 di Roberto Babini e Isabella Gasperini, dalla Rivista "l'Allenatore" numero 1-2008
dedicato a Alessio e Luca
 
 
Se ci si pone ad osservare il calcio estrapolandosi dalle azioni di gioco, concentrando invece l’attenzione sui suoi protagonisti, ci si rende conto che il modo in cui vive la gara il portiere è completamente differente da come la affrontano gli altri giocatori. In lui è esaltata la tenacia di non demordere, la freddezza che gli permette di controllare la situazione, perché il portiere è abituato a reagire ai goal subiti, ma anche a non esaltarsi troppo se compie una bella parata, per mantenere intatta la sua concentrazione.
Il suo temperamento fatto di vigore, resistenza, solidità emotiva, si forgia nel tempo, si raffina attraverso le esperienze spigolose alle quali è sottoposto continuamente.È il risultato di una serie sconfinata di prove negative che è stato costretto a superare se, come portiere, voleva sopravvivere. Proprio come avviene nella sopravvivenza delle razze pregiate in natura, che divengono appunto pregiate perché rare, tali da essere il risultato di una selezione naturale provocata dall’esclusione di quegli elementi che non sono riusciti a sottrarsi alle avversità che le hanno investite.
 
Tra i pali, la mente di chi sceglie di giocare in porta si leviga, il carattere si scalfisce, soprattutto perché si è costretti a farsi scivolare dalle proprie spalle gli eventi negativi. Ma in questo modo ci si rafforza. Sapere che le proprie mani sono in grado di bloccare l’azione di un’intera squadra, rende il portiere un grande estimatore di se stesso, e tale elemento soprattutto su un bambino in crescita che sceglie di praticare questo ruolo, può essere fondamentale. Perché i palloni da parare nella vita sono tanti, e facendo il portiere si possono acquisire delle strategie utili non solo in campo ma nella quotidianità.
Tali strategie si assorbono dal fare esperienza di una serie sconfinata di traversie, che iniziano da quando i portieri, da bambini, scendono in campo con i guantoni più grandi di loro e tentano goffi ed impacciati con quei pantaloni imbottiti, di bloccare la palla che continua a volteggiare dietro di loro.
Crescendo, si devono abituare a sopportare eventi a loro sfavore, come le grida esultanti dei genitori dei bambini avversari, nel momento in cui loro sono disperati e vorrebbero piangere perché quel goal subito li fa sentire distrutti. O quando un po’ più grandi, si sentono dire dai compagni che hanno perso la partita, per un goal stupido che ha preso il portiere, o che gli sbagli del portiere sono papere e quelli di loro giocatori sono lisci. Per non parlare dei portieri che si apprestano a praticare l’agonismo, ce la mettono tutta per acquisire la fiducia dei compagni, e sanno che poi basta un episodio negativo per vedersi smontare tutta la stima faticosamente costruita.

Ma se ci si accinge a guardare un portiere in campo a tutto ciò non si pensa, la definizione di questo ruolo che si è strutturata nel tempo, è fondata sulla superficialità di ciò che si osserva, e colui che sta in porta, viene visto semplicemente come un giocatore ai limiti dell’area che all’improvviso entra nella visione del gioco e scompare nel momento che la palla viene rimessa in campo. Di rado egli viene concepito come l’ultimo uomo della difesa di cui fa parte, e se subisce un goal, raramente questo episodio viene letto come un evento di cui tutta la difesa può essere responsabile.
Anche i compagni stessi, spesso non si rendono conto che mentre il loro compito, è quello di conquistare e difendere la palla, quello del portiere è ben diverso, visto che consiste nel dominare la meta ambita dagli avversari.
Il suo ruolo, attribuisce al portiere un grande senso di responsabilità, perchè egli è cosciente che un suo sbaglio può essere fondamentale per cambiare il risultato. Ciò lo predispone ad essere sottoposto a critiche a volte gratuite ed immeritate, che ledono sulla sua autostima. Questo perchè i giudizi sui suoi interventi, si caratterizzano con facilità dall’assenza di attenuanti. Al portiere nella maggior parte delle situazioni non viene perdonato niente, ed è facile che ci si ricordi di lui soltanto in relazione all’ultimo errore compiuto.
Anche se la sua partita risulta impeccabile, prendere un goal all’ultimo minuto, non verrà mai giudicato con lo stesso atteggiamento utilizzato per un attaccante che all’ultimo momento sbaglia un goal davanti alla porta.
 
Capri espiatori per eccellenza, depositari della rabbia dei tifosi e dei giocatori in ogni caso, in ogni circostanza, perché perdere fa male a tutti e bisogna prendersela con qualcuno, trovare un motivo che spesso nasconde a se stessi la consapevolezza delle vere ragioni di un risultato deprimente. È più facile negare che il proprio figlio o la propria squadra abbia compiuto una prestazione mediocre, e prendersela con il portiere perchè ha parato male. In realtà bisognerebbe invece rendersi conto nel giudicare il gioco compiuto in campo (ma è proprio necessario dover per forza giudicare?), che spesso si perde non perché il portiere non è riuscito a parare, ma semplicemente perché gli altri giocatori non sono riusciti a mettere la palla in porta. È come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ogni evento può essere letto attraverso una duplice angolatura. E così ogni volta che entra in campo, il portiere si accinge a compiere una sfida verso se stesso e verso gli altri, e ciò richiede molta fermezza e tenacia. Egli gioca per vincere e per scongiurare quindi la sconfitta come tutti gli altri, ma la partita è per lui una sfida dai toni più accesi, perché come un ottimo intervento lo innalza sul podio più alto, rappresentando la negazione dell’esultanza dell’avversario e lo scampato pericolo per il suo gruppo, la palla che entra lo rende inequivocabilmente responsabile della sconfitta di tutti.


L’entusiasmo della sua parata, spesso dura poco, perché per mantenere la concentrazione non può soffermarsi troppo su ciò che gli è ben riuscito. E questo lo distingue enormemente dalle reazioni del compagno che fa goal e che viene festeggiato anche in modo plateale da maglie che si tolgono, da capriole e giri intorno alle bandierine. Il compagno che fa goal concede alla squadra di esplodere la tensione accumulata, quindi dona un momento che carica ogni elemento del gruppo, esperienza che il portiere può sperimentare raramente in relazione ad un suo intervento, giusto ad un calcio di rigore parato ai tempi supplementari.
Tuttavia tutte le situazioni negative che sperimenta sulla sua pelle, tutte le critiche che con facilità lo colpevolizzano, lo fanno crescere di più a livello caratteriale, rispetto agli altri giocatori.
Accade con una certa frequenza che i portieri riescono a giocare ad ottimi livelli anche dopo i 40 anni, non solo perché fisicamente si logorano meno (pur allenandosi duramente e più volte degli altri) ma anche perchè il loro stato d’animo è meno vulnerabile, visto che sin da piccoli hanno imparato a confrontarsi con situazioni frustranti, come sopportare lo stress di essere sempre attenti e vigili, anche quando il gioco si compie lontano da lui; o mostrarsi resistenti alle prese in giro ed alle pacche di commiato dei compagni che invece di confortare dopo un goal subito tendono a deprimere;o dover mantenere inamovibile la stima in se stessi, pur avendo compiuto in precedenza un errore. Ma soprattutto ciò che rafforza la mente di un portiere è la capacità di tollerare in campo il proprio senso di solitudine, nonostante egli faccia parte di un gruppo. Il portiere deve gestire le sue emozioni da solo, essendo queste diverse da quelle di tutti gli altri: lui protegge la porta, mentre per gli altri la porta è l’elemento da varcare.
Il suo abbigliamento diverso, la sua postura, il fatto che il suo lavoro consiste nel muovere sapientemente le mani più che i piedi, lo rendono consapevole del suo essere un’altra cosa, e lui sa che i compagni non possono comprenderlo a fondo, semplicemente perché non sono portieri. La maggior parte delle volte tutto ciò rimane nascosto nell’inconsapevolezza, perché non è evidenziato al gruppo, il portiere non è aiutato ad essere compreso dalla squadra, forse semplicemente perché nella mentalità comune a questo non si pensa. Dagli spalti si segue la partita e l’attenzione in gran parte del tempo è rivolta ai giocatori che si competono la palla. Il portiere sta lì, a bordo campo, e nessuno si sofferma a leggere tra le righe, a riflettere che in ogni attimo della partita egli è vigile e pronto a reagire. Ogni azione osservata tra i pali, aumenta il suo livello di adrenalina, ed egli accumula energia, la sente premere sotto la sua pelle smaniosa di irrompere. Ma spesso quando la palla si dirige verso di lui, e l’occasione per potersi sfogare finalmente si presenta, deve fare i conti con una serie di situazioni avverse, come la consapevolezza che i compagni in difesa non sono disposti adeguatamente, analogamente alla foga dell’attaccante che vuole prorompere la porta.
Così per lui agire diviene sinonimo di saldezza ed estraneità da ogni stimolo esterno. Nel momento in cui entra in gioco per difendere la porta, deve essere capace di annullare ogni pensiero, e di farsi scivolare via la paura che l’avversario possa travalicare quello spazio che lui sta presidiando con tutte le sue forze.
Il suo impeto esplode comunque nell’azione rivolta a bloccare la palla, e se non ci riesce, sentire il pubblico che esulta perché è stato fatto goal, vedere gli avversari che si abbracciano confusi con i suoi compagni delusi, rappresenta per ogni portiere un elemento che disorienta ed al momento stesso distrugge, perché è come se quel mondo che metaforicamente il campo rappresenta ad averlo sbeffeggiato.
Non c’è complicità per la sua desolazione, anzi spesso è acuita dalle critiche dei compagni. E qui entra in gioco la persona che si nasconde dietro i guantoni ed i pantaloni imbottiti. Bisogna essere veramente forti per poter essere in grado di riprendere tutti i pezzettini di sé frantumati dal goal subito e dalle critiche, e ritrovare la motivazione giusta per rimettersi subito in gioco con entusiasmo.
Il portiere ci riesce perché serba in sé una preziosa consapevolezza acquisita dalla sua esperienza: quella che ogni sogno infranto può essere riscattato. Egli vive questa emozione ogni volta che si rialza da terra dopo che la palla ha varcato quella porta che inutilmente ha tentato di difendere, ed ogni volta, in ogni caso, ha sempre il coraggio di rialzare la testa, e porsi come un leone in procinto di attaccare tra i due pali, a sbandierare la sua fierezza e la sua belligerante dignità.
Ecco da dove proviene la ragione per cui i portieri, utilizzando una metafora adeguata al business che è diventato il calcio, possono essere concepiti una merce rara. Ce ne sono pochi, perché non tutti se la sentono di rischiare se stessi e l’integrità della propria autostima mettendosi in porta. Per certi versi si sta più tranquilli al centrocampo, o in difesa o all’attacco, dove può delinearsi l’opportunità, seppure utilizzata da pochi e raramente, di evitare di farsi coinvolgere, cosa che il portiere non può fare. Lui deve parare e basta. E così tanti aspiranti calciatori, pur provando a mettersi in porta, ben presto preferiscono“giocare sotto”, dove si può scegliere ogni volta se farsi coinvolgere o no dall’azione, lasciando gestire la porta da chi, avendo coraggio da vendere, si mette in gioco in ogni caso.
È quindi necessario salvaguardare di più lo stato d’animo di questa razza pregiata in via di estinzione. Il ruolo del portiere necessita più rispetto, e per garantire questo c’è bisogno di maggiore attenzione per il suo operato, da parte del contesto sportivo, dei compagni di squadra, del pubblico e dei mass media. Soppesare in modo frettoloso ciò che si osserva praticare dagli altri, rientra in un qualunquismo calcistico, che è difficile demolire, tutti si sentono capaci di suggerire alternative incompiute che avrebbero salvato il risultato, e questo atteggiamento spesso con i portieri è esaltato. Bisognerebbe far capire a chi osserva la partita che oltre a dirigere la difesa, il portiere accumula le tensioni di tutti ed è portatore della responsabilità di difendere quello che in campo si costruisce, anche quando sembra che per colpa sua il lavoro del gruppo venga distrutto.
Il calcio, come ogni altra disciplina, andrebbe quindi associato ad una lettura più attenta, e parlare alla squadra spiegando che quel compagno che sta tra i pali ha un ruolo diverso, verso il quale la tolleranza deve iniziare proprio dentro l’area di gioco, può essere utile per garantire al portiere di divertirsi di più.



* Roberto Babini, Allenatore di Base, c/o Lodigiani

* Isabella Gasperini, Psicologa, Psicoterapeuta c/o Lodigiani e Atletic Soccer Accademy

giovedì 1 novembre 2012

LA DOCCIA NELLO SPOGLIATOIO NON LA FACCIO!

In un contesto di gioco come quello della Scuola Calcio  dove ai bambini è concesso di sentirsi liberi e sperimentare una certa autonomia, costringerli a fare una cosa contro la loro volontà potrebbe sembrare sbagliato. Ma se un bambino dopo un certo numero di allenamenti insiste a non voler fare la doccia assieme agli altri prima di tornarsene a casa la fermezza dei genitori potrebbe essergli di grande beneficio. Farsi la doccia con i compagni di squadra è un momento di aggregazione e di condivisione di uno spazio comune che stimola il bambino a salvaguardarsi, perché nella doccia si può scivolare, e perché dopo l'allenamento si è sudati e tornare a casa così può far ammalare. Fare la doccia consente al bambino di imparare a ritagliarsi uno spazio all'interno dello spazio comune e poi proteggerlo da chi lo vuole invadere analogamente alla condivisione della panca dove poggiare le proprie cose. A volte i bambini sono irruenti e prepotenti e bisogna imparare difendersi da certo attacchi "con sportività". 

Nella doccia si è nudi e questo a volte fa sentire i bambini più deboli. Ma evitare la doccia e accordare il bambino può rappresentare per lui un modo per abituarlo ad eludere gli ostacoli! Invece indurlo pian piano ad affrontare le situazioni e le possibili difficoltà che in esse possono avvenire lo aiuta a trovare delle strategie personali per risolvere i problemi. Lo spogliatoio così come il rettangolo verde è una ulteriore palestra di vita dove si impara a stare insieme, ad avere cura delle proprie cose, si stringono amicizie, si litiga e si fa pace, quindi bisogna far comprendere al bambino che è meglio  fare la doccia insieme agli altri piuttosto che andare a casa sudato, perché così non rischia di raffreddarsi e soprattutto perchè vivere lo spogliatoio fa bene alla sua crescita!

Se si tratta di evitare la doccia perché la nudità rappresenta per il bambino un problema si può suggerirgli di indossare in doccia le mutandine o un costume. L’abitudine a stare con i compagni che non hanno nulla addosso, l’osservazione degli altri bambini che si muovono nudi con naturalezza, gli insegnerà a superare questa piccola limitazione. Di certo l'atteggiamento dei genitori sarà fondamentale, se l'ostinazione del proprio figlio di non voler fare la doccia rappresenta un problema che procura ansia a mamma e papà, difficilmente si riuscirà ad aiutare il bambino a superare questa sua presa di posizione. Quindi questo atteggiamento assai comune nei bambini soprattutto all'inizio della stagione sportiva deve essere vissuto prima di tutto con serenità da  mamma e papà. I mister in tutto ciò hanno il compito di esortare i bambini a vivere ogni momento che caratterizza la loro esperienza sportiva con naturalezza e con il senso pratico e la spontaneità che niente come il loro esempio esorta con più incisività.