lunedì 17 dicembre 2012

Chi sono io, come mister?

 

di Isabella Gasperini
pubblicato dalla Rivista "l'Allenatore" 02, anno 2009



 

Si è appena concluso a Viterbo il Corso base Uefa B organizzato dall’Aiac e, come in ogni ciclo, gli allenatori che vi hanno partecipato – sia quelli che già praticano questo ruolo, sia quelli che aspirano a farlo – hanno manifestato la soddisfazione di aver compiuto un’esperienza che li ha trasformati al di là delle loro aspettative. Sì, perché ogni volta i partecipanti al corso si presentano incuriositi, a volte con poche aspettative se non quella di acquisire un patentino prestigioso, e, soprattutto all’inizio, un po’ disorientati dal fatto di dover tornare in un’aula, dove magari non mettevano piede dai tempi della scuola, prendere appunti, studiare e vestire tutti una tuta grigia col simbolo dell’Aiac che li fa sentire di nuovo parte di una squadra. Poi, come sempre, noi docenti assistiamo a una trasformazione dovuta al fatto, credo, che gli stimoli che arrivano attraverso i vari argomenti vanno a toccare la parte più bella degli allenatori, quella che più li realizza: la passione per il calcio che tanto amano. Così l’impegno diventa sempre più serio, sempre più coinvolgente, sino a portarli, al termine del corso, ad assumere un altro aspetto, quello autorevole e dignitoso di colui che sa di aver acquisito una professionalità, consapevole che la formazione è fondamentale per assimilare autostima e sicurezza nel compiere il proprio ruolo.
E i benefici che si traggono dalla formazione spingono a perfezionarsi sempre di più. Prova di ciò è che a Viterbo sono giunte ben centoventi richieste di partecipazione al Corso di aggiornamento previsto per gli allenatori già specializzatisi, arrivate addirittura dalla Toscana e dall’Abruzzo. Credo che in tutto ciò abbia un ruolo determinante il coinvolgimento che sanno attuare i docenti: e il loro segreto è che in ciò che propongono agli allievi e nel modo di farlo c’è il loro amore per il calcio e per la condivisione delle loro conoscenze con chi si appresta a qualificarsi. Questo perchè si tratta di persone molto competenti, come il professor Biagio Savarese (docente presso la Scuola di Coverciano per allenatori di base), ed il professor Sergio Roticiani (docente presso la Scuola di Coverciano come preparatore tecnico), entrambi capaci di dare delle nozioni che – usando le parole dei partecipanti al corso – aprono una visione dell’allenamento e della concezione di tecnica e tattica di gioco impregnata di idee, principi di metodo e nozioni fondamentali che non arricchiscono solo l’aspetto professionale squisitamente calcistico, ma sono tali da consentire l’opportunità di proporre un lavoro motivante e volto a favorire una migliore performance degli atleti, evitando i possibili danni fisici dovuti a stimolazioni inadeguate ed approssimative. Peraltro, entrambi i docenti sono un esempio di come sia importante avere carisma: e lavorare con loro, per i corsisti, significa potersi arricchire di modelli comportamentali a cui attingere per rivolgersi alle loro squadre stimolando interesse e credibilità. Così come riesce bene al docente di Tecnica dei portieri, Clito Cacciatori, un altro “uomo di calcio” generoso nel condividere la propria esperienza.
Qui a Viterbo, anche l’avvocato Sergio Buzzi (docente di carte federali) ha arricchito i mister di conoscenze: e i medici, il dottor Carlo Gigli e il dottor Carmelo Gentile, hanno proposto agli allenatori l’occasione preziosa di acquisire nozioni di traumatologia e medicina dello sport, necessarie per chi si trova in campo e deve saper affrontare quegli eventi traumatici che nel calcio sono in qualche modo prevedibili. E fondamentale è risultata la figura del signor Otello Settimi (presidente della sezione viterbese dell’Aiac), nobile volto del calcio laziale, uomo di grande esperienza, ricco di trofei e campionati vinti, ma soprattutto dotato di una grande umiltà. Lui, allenatore da anni, si è mostrato per questi ragazzi un punto di riferimento, capace di accogliere e supportare. Con la sicurezza di chi conosce il calcio perché lo ha vissuto tanto e con la sensibilità di un padre, ha fatto da guida a questi allenatori, mostrandosi generoso con loro laddove si avvertivano delle incertezze, accogliendo le loro difficoltà personali e gestendo i momenti di relax come attimi per scambiarsi opinioni e alimentare le relazioni sociali.
Grazie al contributo di tutti, i mister hanno mostrato di sentirsi coinvolti in qualcosa che li ha rapiti ogni giorno di più. In questa atmosfera così particolare, durante una lezione di psicopedagogia ho avuto l’idea di dar voce ai partecipanti al corso, al di là delle parole che si possono dire durante una lezione teorica in cui sono invitati soltanto ad ascoltare, affinché esprimessero chi sentivano di essere e come allenare influisse sulla loro vita. Il microfono è passato a loro… Ne è risultato un coro di voci che assieme, ha permesso di delineare l’identità dell’allenatore, fatta di tanti aspetti, come tanti sono i loro volti, ma costituita da una sola anima. Ognuno di loro è riuscito a evidenziare una faccia di quella preziosa pietra policroma e sfaccettata che tale anima rappresenta.
Ne è risultato qualcosa in cui ogni allenatore può specchiarsi, riconoscersi e completarsi, facendo luce sulla definizione di ciò che mostra di essere, ovvero un “principe della zolla” – usando un’espressione di Darwin Pastorin – in cui io identifico ogni allenatore di cui ho la fortuna d’incrociare il cammino.

“Sono un educatore e contribuisco alla crescita degli allievi”
“Allenare per me vuol dire prima di tutto educare, perché credo che l’educazione sportiva sia di grande aiuto per la vita di tutti i giorni: in campo si cresce conoscendo se stessi e imparando a conoscere gli altri”.
“Per me allenare significa aprire a 360 gradi le mie conoscenze e le mie esperienze tecniche e comportamentali per darle alla mia squadra”.
“Sono contento di fare questo corso perché attraverso le conoscenze che acquisirò potrò dare un’opportunità diversa a me ed anche ai miei allievi, quell’opportunità che purtroppo io non ho avuto”.
“All’inizio di ogni stagione mi ritrovo con un gruppo di persone sempre diverso da quello dell’anno precedente, con un obbiettivo da raggiungere, ma ogni anno cambia il percorso che si percorre. In ogni caso la meta è la stessa: mettere in condizione ogni allievo di crescere calcisticamente e come persona”.



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“Mi preparo e studio per acquisire autorevolezza dalla mia professionalità”
“Per me allenare è una soddisfazione, mi sento una parte della catena scuola/famiglia/sport, e in sintonia con i principi educativi svolgo il mio ruolo. La mia grande passione, la mia esperienza, i corsi che ho frequentato mi danno la possibilità di aiutare la crescita di un ragazzo. E come feedback ricevo dai giovani messaggi di gratitudine e stima. Sento che mi riconoscono come persona esperta e mi chiedono consigli, mi rispettano per la mia autorevolezza e capacità”.
“Ho sempre amato il gioco del calcio, da bambino nessuno mi ha insegnato nulla perché nel paese dove vivo non ci sono scuole calcio, figuriamoci trent’anni fa. Ho sempre voluto migliorarmi, anche come autodidatta, e ora sto approfondendo, con questo corso, la mia voglia di calcio: questo per offrire ai calciatori che allenerò ciò che io non ho avuto. È la passione che mi guida, ma soprattutto il voler trasmettere qualcosa a chi ne può aver bisogno”. “Una cultura di base ed una buona capacità comunicativa sono le fondamenta per costruire un buon approccio con un gruppo di atleti e per acquisire una certa autorevolezza”.
“Il mister dev’essere preparato a dare ai suoi ragazzi conoscenze tecnico-tattiche e soprattutto i principi fondamentali che saranno utili in campo come nella vita quotidiana, ovvero umiltà, lealtà, rispetto per i compagni, per gli avversari, consapevoli che prima viene sempre la persona, poi il calciatore”.

“Sono un leader”
“In quanto mister, mi prefiggo prima di tutto di essere un motivatore, di guidare il gruppo coi miei pregi e i miei difetti, il mio coraggio e le mie preoccupazioni, trasmettendo ai ragazzi le mie esperienze positive e negative accumulate nel calcio e nella vita privata”.
“Come allenatore vorrei essere un condottiero e un educatore, aiutando i miei ragazzi ad ottenere il massimo”.
“Allenare per me significa trasmettere le mie idee e le mie conoscenze trascinando il gruppo nei progetti e verso le mete prefissate, convincendolo a lavorare compatto, perché solo creando lo spirito di gruppo si può raggiungere un traguardo e superare le difficoltà”.
“In quanto mister, sicuramente mi pongo come leader, gestendo un lavoro basato sul raggiungimento di un obbiettivo comune, senza mai dimenticare chi siamo e cosa vorremmo diventare”.
“Allenare, per me, significa guidare un gruppo di ragazzi più o meno giovani, che hanno una passione comune, tra le gioie e le difficoltà che possono nascere in un percorso collettivo. Il rispetto per i compagni e per l’allenatore, simbolo-guida del gruppo, resta fondamentale per la crescita del gruppo stesso”.


“Allenare per me vuol dire prima di tutto educare, perché credo che l’educazione sportiva sia di grande aiuto per la vita di tutti i giorni: in campo si cresce conoscendo se stessi e imparando a conoscere gli altri”
“Sono la guida, ma anche un componente del gruppo”
“L’allenatore deve porsi all’interno del gruppo cercando di sentirsi sempre disponibile al confronto, all’aiuto e all’apprendimento, ma deve essere altresì pronto a prendere le distanze da determinate circostanze, non dimenticando la posizione di guida e di giudice che ricopre”.
“Il mister è colui che deve sentirsi responsabile di un gruppo di ragazzi/e con cui ogni volta intraprende un cammino, vivendo tutti insieme obbiettivi, paure, scherzi, soddisfazioni ed emozioni. In tutto ciò il mister è un riferimento dal quale partono le direttive, che tutti devono osservare, con lo scopo comune di arrivare alla fine di un’avventura guardandosi tutti negli occhi, ognuno soddisfatto della propria esperienza”.

“Sistematizzo il mio lavoro e lo condivido con la squadra”
“Allenare, per come lo vivo io, significa programmare un percorso giorno per giorno, perseguirlo con in ragazzi, mantenendo i delicati equilibri che caratterizzano un ambiente calcistico”.
“Ho capito che la programmazione è fondamentale per scendere in campo più sicuri di se stessi, perché improvvisare rende insicuri, e se sei insicuro sei più criticabile”.

“Mi salvaguardo dalle interferenze esterne”
“Vivo la mia squadra come una famiglia, scindendo da questo sia il rapporto con la società, sia quello con i genitori, coi quali sono abituato a fare una riunione iniziale di conoscenza e basta, mantenendo poi i rapporti quasi totalmente distaccati per tutto il resto della stagione. Questo anche perché verso i miei ragazzi mi sento il loro protettore, difendendoli da tutti”.
“Per lavorare bene un allenatore dovrebbe evitare le influenze esterne negative (genitori, dirigenti) sotto ogni forma esse si presentino”.
“Ho capito che se dai troppo spazio ai genitori, poi questo ti si può ritorcere contro. Bisogna essere gentili ma mantenendo le distanze, non è che per sentirti apprezzato gli devi essere amico. Per sentirti bene ti devi sentire apprezzato dai ragazzi”.

“Sono umile, perché chiunque ha delle potenzialità e dei limiti”
“Un mister dev’essere soprattutto disponibile al confronto, in quanto ho potuto verificare personalmente come molti allenatori credono di non avere nulla da imparare. Mentre è importante che il mister viva costantemente la squadra, in ogni sua evoluzione, sia positiva che negativa, tenendo conto che questi cambiamenti sono spesso conseguenze del suo operato. Inoltre deve avere motivazioni non legate esclusivamente agli scopi personali ed economici”.
“Bisogna accettare le critiche e le correzioni che a volte vengono dagli allievi. È importante potersi confrontare liberamente, esprimendo ognuno il proprio punto di vista, e provando a trovare delle soluzioni condivise”. “L’allenatore dovrebbe essere una persona umile, al servizio dei ragazzi, a cui deve far capire che finché ci si diverte si ottengono sempre ottimi risultati”.



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“Mi predispongo ad imparare anche dai miei allievi”
“Quando alleno mi sento uno del gruppo a cui voglio insegnare quello che so, ma voglio anche imparare ciò che i ragazzi possono insegnare a me”.
“Ancora non alleno, ma quando lo farò mi predisporrò ad ascoltare i miei giocatori, ad osservarli e ad assorbire come una spugna tutti gli insegnamenti che sicuramente loro mi daranno. Tutto ciò per raggiungere dei traguardi che renderanno l’attività di allenatore il prolungamento della vecchia passione che per me è il calcio per me”.

“Mostro la mia nobiltà da piccoli risultati”
“Quando alleno i bambini mi metto nei loro panni, partecipo ad ogni esercizio e gioisco nelle partitelle insieme a loro. Quando finisco un allenamento, già penso al prossimo e tutto questo mi dà entusiasmo. Essere chiamato mister e stare con loro, mi rende una persona felice”.
“Sono due anni che alleno una squadra juniores, ho iniziato ponendomi un obbiettivo: fare meglio che potevo. Il primo 1° anno ho iniziato allenando la squadra senza portiere, con 15 quindici giocatori che non avevano mai giocato a livelli agonistici. Sono andato avanti arrivando alla fine del campionato ultimo in classifica, ma concludendo la stagione sempre con gli stessi 15 quindici giocatori con cui avevo iniziato. Quest’anno ho cominciato il campionato sempre con gli stessi giocatori più il portiere, edd a due giornate dalla conclusione del campionato ci troviamo al 5°quinto posto. Nella società in cui alleno, è la seconda volta consecutiva che la squadra categoria juniores arriva alla fine del campionato, gli altri anni si ritirava sempre prima. Credo di aver raggiunto questi risultati perché, oltre a creare un bel gruppo, ho cercato di trasmettere ai giocatori la mia carica agonistica e, il rispetto per gli altri, e facendogli capire che allenare significa sacrificio, rispetto e divertimento”.

“Attraverso il mio lavoro appago il mio istinto paterno”
“Penso che ogni mister possiede possieda due famiglie: una privata, magari anche composta da figli, l’altra è la società per cui lavora, ed i suoi figli sono i suoi uomini”.
“Vivo la squadra come una famiglia, dove gli allievi sono come tanti figli che io devo educare calcisticamente e umanamente”.
“Sono tre anni che alleno un gruppo di bambini dei Primi Calci e per me sono come tanti figli. Adesso che frequento il corso mi mancano tanto, ed il sabato pomeriggio corro da loro, anche se ho una famiglia che mi aspetta. Durante l’allenamento, c’è il momento in cui essere più seri, per fargli eseguire bene gli esercizi, ma il resto del tempo è tutto un gioco, tra risate e scherzi. Quando c’è la partita, negli spogliatoi controllo che si vestano perbene, con la maglia nei pantaloni, gli allaccio gli scarpini, anche perché evito che i genitori stiano negli spogliatoi per insegnargli ad essere autonomi. Sono io che faccio tutto ed è bellissimo”.

“Impartisco le regole per insegnare agli allievi una sana disciplina”
“Quando alleno, cerco prima di tutto di essere un educatore, dando ai ragazzi delle regole che rispecchiano la vita sociale. Faccio questo sia attraverso le parole, che attraverso il mio esempio: cerco di fargli rispettare la puntualità, di spiegaregli che non devono interrompermi per motivi futili durante le spiegazioni degli esercizi… Le regole secondo me sono dei paletti puntelli entro i quali i ragazzi devono pensare a giocare e divertirsi”.
“Allenare significa educare gli allievi soprattutto a rispettare le regole e rispettare il compagno che con te, condivide la stessa esperienza calcistica”.

“Lavoro sull’autostima degli allievi”
“La mia squadra la vivo portando gioia ed allegria nel gruppo, cercando prima di tutto di rafforzare l’autostima dei miei allievi, attraverso un rapporto di complicità, incoraggiandoli nei momenti difficili, spiegando loro che questi sono un problema nella situazione contingente, ma saranno un vantaggio per il domani. E condividendo i momenti in cui si gioisce per un minimo progresso o un obbiettivo raggiunto con impegno”.
“Ai miei ragazzi cerco di far crescere l’autostima, attraverso un gesto tecnico fatto bene, cercando di essere sempre un punto di riferimento positivo, incoraggiandoli nelle difficoltà senza fargli pesare gli errori”.

“Insegno a vincere ed a perdere”
“Ai bambini che alleno, cerco di insegnare cosa significa vincere, ma anche che dopo una sconfitta si deve sorridere, capire dove abbiamo sbagliato per cercare di migliorarci”. “Allenare per me significa vivere insieme ai ragazzi sia le sconfitte che le vittorie come esperienze che arricchiscono sia la nostra vita che la loro”.

“Tratto tutti allo stesso modo”
“La squadra per me rappresenta un gruppo di ragazzi con caratteristiche tecniche, caratteriali e fisiche diverse che devo capire ed apprezzare senza fare distinzioni. A tutti insegno a non demoralizzarsi, li incoraggio e per tutti cerco di essere un punto di riferimento”.
“Allenare i bambini per me significa metterli tutti sullo stesso piano. Quest’anno sto addirittura sperimentando la tecnica addirittura di sorteggiare chi va in campo per la partita e di farli giocare tutti per lo stesso tempo:, i risultati sono andati ben al di là delle aspettative,: ho visto i ragazzi fiorire e dimostrare a se stessi quello che non avevano mai potuto dimostrare”.
“Come mister cerco di essere equilibrato sia nelle scelte tecniche, sia nei rapporti umani. Agisco con molta attenzione verso tutti, cercando di non lasciare da parte nessuno, alleno un gruppo di adulti ed ho un rapporto molto bello con tutti, perché do sempre spiegazioni su ogni mia scelta”.

“Cerco di definire il mio ruolo per salvaguardarmi”
“Di solito faccio la doccia insieme ai miei calciatori, ma credo che così non riescono riescano a vedermi come il mister, ma come un amico e quando devo essere imperativodirettivo, sento che qualcosa non funziona”.
“Il problema più grosso nel diventare allenatore, è stato quello di creare un certo distacco tra me e la squadra, perché inizialmente ragionavo da calciatore, poi man mano, con il passare del tempo e con l’aiuto del mister in carica, mi è venuto tutto spontaneo e naturale”.
“Quando sono in panchina cerco di trattare i dirigenti con gentilezza, ma facendogli capire loro che l’allenatore sono io, quindi loro non devono intervenire sui ragazzi, e tanto meno intromettersi nei miei discorsi”.

“Ho piacere a donare la mia esperienza”
“Ricordo una partita di scarsa importanza per noi, ma non per i nostri avversari, dove verso la fine del match segnai la rete della vittoria. Tutti i miei compagni mi vennero ad abbracciare. Quel goal è stato il più bello della mia vita, anche se ha contato quasi niente. Queste emozioni però hanno contato molto per me, e provarle ancora, o meglio, farle provare ad i miei allievi, è una delle cose che mi sono prefissato”.
“Alleno perché a 20 vent’anni ho dovuto smettere di giocare… E per non allontanarmi dal campo, ho cominciato ad imparare ai ragazzi il gioco del calcio come puro divertimento, avendo imparato io ad accettare le sconfitte, ed incitando i ragazzi continuamente, anche quando sbagliano”.
“Allenare per me sarà la possibilità di trasmettere ai miei giocatori tutto ciò che di bello il calcio mi ha dato in tutti i 30 trent’anni che l’ho praticato, sia dal punto di vista tecnico-tattico, ma soprattutto dal punto di vista umano, per la molteplicità di persone che ho conosciuto, gli ambienti, le città che forse non avrei mai apprezzato senza il calcio. Contemporaneamente cercherò di vivere la squadra, affinché mi dia tutto ciò che invece non ho saputo o non ho potuto acquisire facendo il giocatore”.

“Alleno per appagare la mia grande passione”
“Allenare per me significa “’passione”. ‘Vivo la mia squadra con serenità, pur essendo il loro allenatore gli sto vicino ai ragazzi sia in campo che nei momenti extracalcistici”.
“Per me allenare è un piacere, è un divertimento stare con un gruppo di persone, con cui vivere insieme dell’emozione che solo lo sport sa dare”.
“Penso che le emozioni che mi ha dato e mi da dà tuttora il calcio, siano paragonabili solamente ad una storia d’amore o alla nascita di un figlio”.
“Sono una persona molto semplice e faccio il mister per passione, per stare a contatto con i bambini, e per scaricarmi da tutti i problemi”.
“Per me allenare è la gioia di poter insegnare cosa vuol dire amare il calcio. L’allenamento lo vivo come il momento più bello della giornata. Ecco chi sono io come allenatore, un amante del calcio e dello sport”.

* Isabella Gasperini psicologa sportiva e docente di corsi di base AIAC

domenica 2 dicembre 2012

Guardiola, quanto vale una dedica


di Isabella Gasperini
Dalla Rivista l' "Allenatore" 5, 2009


“Vorrei fare una dedica per questa vittoria al calcio italiano e soprattutto a Paolo Maldini, un esempio per tutti. So che ha avuto qualche problema nel giorno dell’addio, ma sappia che ha l’ammirazione di tutta l’Europa, da 25 anni. La dedica mia, dei giocatori e della società è per Maldini. Se cambia idea e volesse giocare ancora un anno, può venire a farlo da noi”.
Perché questa dichiarazione di Pep Guardiola, eccezionale poiché imprevista, ha lasciato tutti noi sbalorditi e anche un po’ smarriti?

    
Forse perché quando si pensa ad un giovane allenatore, che in poco tempo ha vinto dei titoli prestigiosi, tali da coronare una carriera da giocatore piena di soddisfazioni e pluripremiata, ciò che ci si aspetta, come commento a caldo a pochi minuti dal fischio finale di una Champions League da cui la squadra che allena esce vincente, è un riferimento a se stesso, ai risultati raggiunti in un anno sportivo ricco di soddisfazioni… Invece lui, in una circostanza così speciale, ha pensato a un altro essere umano, anch’esso campione dello sport, invitandolo con naturalezza a giocare nella propria squadra, e riferendosi all’evento che ha caratterizzato il suo saluto al calcio, evidenziando quanto irrilevante sia rispetto al suo lustro inalterabile.
Guardiola, con il suo gesto, ci ha lasciati sorpresi, perché ci ha mostrato uno schema diverso da quelli che siamo abituati a vedere attuarsi nel calcio, evocando, prima ancora dell’autorealizzazione, fattori quali l’amicizia, la condivisione, la stima, l’umiltà. E di comportamenti come questi gli appassionati di calcio ne hanno bisogno, perché il calcio, così com’è, ci ha abituato ad approcci sportivi basati su elementi ben diversi, vista l’attenzione data ad una performance che dev’essere per forza al limite delle proprie capacità, altrimenti si rimane fuori dalle opportunità, vista la necessità di lavorare per una vittoria da raggiungere ad ogni costo e il dover convivere con la consapevolezza che ogni gesto tecnico è sottoposto al giudizio severo di chi osserva, a ogni livello in cui si pratica il calcio.

Di tutto ciò, quel che arriva al pubblico, anziché configurare situazioni sportive che possano arricchire, sono fattori piuttosto negativi, visto che i giocatori vengono descritti perlopiù lontani dal gusto delle piccole cose, concentrati sui benefici dell’essere ricchi e godere di cose superflue, quasi spogliati del loro aspetto umano e semplice… Analogamente a ciò, il ruolo dell’allenatore vive esclusivamente in funzione dei risultati che ottiene e che, se non arrivano, possono farlo esonerare in breve tempo, schiacciato dal giudizio negativo di tutti. E il risultato di questo approccio allo sport è un accanimento che lo rende vacuo e facilmente criticabile, dando ai tifosi l’opportunità di sfogare nel calcio stesso le negatività che hanno dentro per problemi personali.
Ne risultano episodi come quello in cui un gruppo di loro, irritati verso Maldini, vai a vedere per quale motivo, ha rischiato di far rabbuiare il suo volto emozionato per l’addio all’attività di giocatore. Una carriera lunga e ricca di cose positive e nobili in campo e fuori, visto il suo impegno con l’Unicef, che va oltre l’osservazione superficiale di chi non tiene conto degli aspetti dei calciatori di cui meno si parla…
Questo accade perché dal contesto calcistico provengono input che invece di essere educativi, come per ogni sport dovrebbe essere, spingono, per inconscia emulazione, a diventare meno speciali di quelli che si è.

Per fortuna ci sono ancora tifosi e protagonisti di questo sport che, nonostante il calcio si presenti preconfezionato in uno spazio amorfo ambìto per la ricchezza, la popolarità ed altri elementi di squallida superficialità, riescono a ispirare emozioni e qualità positive come la sensibilità, la solidarietà, la fiducia, la dignità, aspetti palpabili in quel Maldini che compieva, quel 24 maggio 2009, il giro di campo per salutare il suo pubblico. Un pubblico esultante, le cui tante voci si mescolavano come a fondersi in un unico anelito, in un rumore che nel suo cuore avrà di certo fatto straripare tante emozioni e tanti ricordi, legati a grandi gioie ma probabilmente anche a momenti difficili. Perché una lunga carriera non è fatta solo di vittorie, ma anche di difficoltà da superare, infortuni, problemi personali, la tentazione di mollare e sconfitte di varia natura: nell’affrontarli l’atleta mostra la sua grandezza, perché nonostante una parte della sua anima sia intorpidita dal senso di vuoto e dalla rassegnazione, c’è un anfratto di essa in cui sorge l’eco d’una voce che lo incita a non mollare, a rialzarsi se è caduto a terra, e lo spinge a non abbandonare la sfida che vive prima di tutto con se stesso, la partita più difficile.
Nel momento in cui lo stadio gli grida attorno, e grida per lui acclamandolo, esso rappresenta l’eco di quella parte della sua anima che ha lottato per rimanere integra e non si è abbattuta. In tutto ciò, il gruppo di tifosi polemici con Maldini non è stato altro che la proiezione della parte di se stesso che avrebbe voluto boicottarlo nelle difficoltà e che non c’è riuscita. Il grande coro esultante dominava, sia nello stadio che dentro di lui.

Lo stesso frastuono del pubblico, un boato profondo e ritmico come il battito del cuore, abbracciava anche mister Guardiola nella splendida serata romana in cui si accingeva a diventare uno dei pochi protagonisti del calcio a vincere la Champions League sia come calciatore che come allenatore. Anche nella sua mente, di certo, negli ultimi momenti di quella magica partita si saranno sovrapposti emozioni, ricordi legati a vittorie e sconfitte di ogni genere. E nel sancire la sua vittoria, nell’esprimere tutta l’emozione legata all’apice di un cammino formato da anni e anni di calcio, giunto su di una vetta altissima e meravigliosa conquistata nel modo più coinvolgente, ovvero da regista di un gruppo, Pep ha donato la propria emozione proprio a quel giocatore osannato da moltissimi e fischiato da alcuni, mostrandogli amicizia e stima. Probabilmente in Maldini mister Guardiola ha visto la sua stessa forza, la dignità e la tenacia, con cui far scivolare dietro di sé le interferenze negative, che fanno l’indole del campione. Del resto, il bene ed il male stanno ovunque, sono la duplice faccia dell’esistenza, ma non tutti riescono a non farsi annichilire dalle avversità, dalle critiche e dagli attacchi negativi. Ci sono quelli che mollano e quelli che tengono duro, saldi nella loro integrità. E questo è ciò che dobbiamo assorbire dal suo gesto.
Un allenatore come mister Guardiola, che così giovane è alla guida di un club tanto prestigioso e al suo anno d’esordio riesce a conquistare la “tripletta”, ovvero campionato, Coppa del Re e Champions, suscita inconsciamente un’ammirazione tale da indurre chi assiste alle sue imprese ed è testimone al suo modo di fare a voler assorbire un po’ del suo modo di essere. Questo accade perché tra i tanti meccanismi che caratterizzano la nostra mente, di cui non ci rendiamo conto, ce n’è uno che ci spinge ad identificarci con gli altri, a sentirci al loro posto ed a vivere emozioni, come la sconfitta o la vittoria, nel caso dello sport, come se si vivessero in prima persona. Noi esseri umani, fatti di schemi mentali che neanche ci accorgiamo di utilizzare, come schede di memoria che ci servono per gestire i nostri passi in virtù di preconcetti e comportamenti prestabiliti, quando ci immergiamo nel mondo del calcio involontariamente ci aspettiamo, da giocatori ed allenatori, degli atteggiamenti, delle risposte in cui rispecchiarci, in modo tale da elargirci, nel caso della vittoria, un momento di soddisfazione, attraverso di loro, in cui veder attuarsi virtualmente la gratificazione del sentirsi realizzati.

Guardiola ha stimolato in ognuno di noi il piacere di condividere prima di prendersi la corona. Quella sera, i meriti per lui non erano fondamentali, perché era soddisfatto di aver fatto bene, e se una persona è sicura di sé e riconosce le proprie qualità non ha bisogno di mettersi in mostra o di dimostrare qualcosa. Il peso del giudizio degli altri e il bisogno di affermarsi appartengono a chi dentro di sé non si piace poi tanto come vuole far credere, ma non è il caso di questo allenatore. L’emozione che il suo gesto ci ha dato, dovremmo cercare di farla durare per un po’, almeno il tempo di assorbire dentro di noi parte del suo spirito sportivo. Anche perché la dice lunga il fatto che questo mister abbia donato al Barcellona un trittico di trofei prestigiosi in una sola stagione. Qual è stato il suo segreto? Bisogna chiedersi, al di là delle grandi capacità di tecnico, cos’è che ha favorito un così grande successo?

Una squadra ben amalgamata è come una creatura di cui il mister è l’anima: e l’umore che la caratterizza è il riflesso del modo di essere del mister. Ecco perché il suo Barcellona è così straordinario: perché lui è capace di dargli qualcosa di speciale e che probabilmente affonda le sue origini nel fatto che questo giovane allenatore è cresciuto come calciatore e come uomo in quel Camp Nou in cui, nella sua maestosità di tempio del calcio, spicca sugli spalti vuoti la frase “mes que un club”, più che un club; dove ogni sostenitore che vi siede sa di essere parte di quel club, visto che i proprietari della società sono i tifosi stessi. Guardiola è quindi l’espressione dell’energia che lì si respira, è portavoce della mentalità che in quel luogo si assorbe e il risultato del suo metodo vincente è stato lui stesso a sintetizzarlo, quando prima della finale ha affermato: “Vogliamo entrare in campo e divertirci, giocare senza paura”. Del resto in Spagna, come in gran parte d’Europa, il calcio appassiona ma non è eccessivo. Non si vedono recinzioni attorno al rettangolo di gioco e tra i settori delle tribune: e dopo la partita si spegne il televisore e non si sta ore a fare zapping tra una moltitudine di trasmissioni logorroiche.

Gli allenatori come Pep sono spiragli di luce che animano il contesto di questo sport che ha vacillato più volte, come Calciopoli ci ricorda. Ma anche in Italia, nonostante tutto, abbiamo allenatori che lavorano trascinati dal desiderio di costruire, che non pensano alla propria affermazione attraverso i risultati acquisiti in campo dai calciatori che dirigono, ma lavorano allo scopo di supportare l’atleta nella crescita mentale e fisica, che si accaniscono perché credono in quello che fanno e rimangono così nel cuore dei ragazzi che hanno allenato. Per sempre. A conferma di ciò, è capitato a uno di loro di ricevere incredulo una telefonata da uno dei giocatori che ha allenato qualche anno fa, sorpreso di essere ancora per lui una persona importante, ora che sono due colleghi. Quando questo è accaduto a mister Carletto Mazzone, lui ha creduto che si trattasse di uno scherzo…
Grande umiltà per aver pensato allo scherzo, grande personalità e carisma per aver lasciato una parte di sé in un suo allievo che lo ha voluto vicino nel condividere l’emozione di trovarsi sul tetto d’Europa.

* Isabella Gasperini