giovedì 15 gennaio 2015

Se non studia niente calcio?


"Vai male a scuola? Non ti mando più a giocare a pallone!"
Spesso mamma e papà ricorrono a questa strategia pensando che sia quella più incisiva per stimolare il proprio figlio ad impegnarsi di più nella scuola. Ma poi capita che mi chiedano, sia loro che i mister, se sia giusto e tantomeno efficace "colpire" il bambino utilizzando questa modalità.
La punizione, se attuata nel modo adeguato e nel rispetto del bambino e della sua dignità, ha un valore educativo immenso. Tuttavia punire facendo saltare gli allenamenti e le partite, secondo ciò che valuto dalla mia esperienza in campo, risulta una pratica che preclude delle "controindicazioni" da tenere in considerazione. Limitando l'attività sportiva con una pausa forzata non si fa altro che favorire l'accumularsi di tensione nel piccolo atleta, una tensione che la pratica del calcio mitiga in modo funzionale. Il bambino, così come il preadolescente, è fatto di impulso, vulnerabile alla mancanza di controllo, le sue emozioni sono come la lava che preme per eruttare... Sono lì, sotto pelle, a volte dormienti, a volte improvvisamente si scatenano uscendo fuori senza badare alle conseguenze. L'attività sportiva serve anche per canalizzare questa valanga di energia evitando ad essa di sfociare in modi inadeguati.
La punizione frena. La punizione serve quindi per arginare il fiume in piena. Pensate quanto sia importante insegnare ai bambini che ci sono dei limiti! Come sia importante far comprendere loro che in alcune circostanze eseguire un compito all'interno di una serie di regole prestabilite consente alla propria vivacità di non mitigarsi e perdersi in un eruzione senza senso. Studiare rappresenta in questo senso la possibilità di canalizzare in un'attività proficua una bella parte dell'energia vitale di cui il bambino dispone. Quindi è giusto "punire" il bambino che tale potenzialità disperde in modo non proficuo.
Ma punire e bloccare lo sfogo di tale pulsionalità attraverso un'attività che serve anche per scaricare tensione e canalizzarla in ogni caso in modo corretto, potrebbe provocare nel giovane atleta delle reazioni ulteriormente difficili da gestire. Tra queste è possibile un aumento della sua vivacità oppure un disinteresse maggiore per la scuola perché, per reazione, la pulsionalità repressa può sfociare in oppositività verso i genitori, anche attraverso l'atto di studiare ancora meno... Sono tutti esempi ipotizzabili. Ogni caso poi fa storia a sé. Per questo punire il bambino non facendolo giocare a calcio è una soluzione che io personalmente scoraggio ai genitori. Piuttosto propongo un'altra strategia, soprattutto per i più grandicelli: farli allenare ma chiedere al mister di non convocarli in partita con l'obbligo di andare a vedere la gara disputata dalla loro squadra. In questo modo, non spegniamo  l'interruttore che permette loro di sfogarsi, di correre, di perseguire un impegno come l'allenamento. E la punizione diventa la partita.
In ogni caso, al di là di tutto la cosa importante è che dopo un po' con i propri figli si "faccia pace". Ai bambini fa male sentire che l'arrabbiatura dei genitori duri troppo. Bisogna essere fermi nel "punire" poi essere "fermi" nel perdonare. Questo perché ciò che fa bene al bambino è sentirsi dire: " hai sbagliato e mi hai fatto arrabbiare per quello che hai fatto, ma questo non significa che ti detesto. Punisco ciò che hai fatto di sbagliato, non ciò che sei".
Concludo citando l'esperienza di un mio caro amico, Francesco Leone, allenatore giovanissimi B 2001 dell'Aullese Calcio di Aulla (Massa Carrara), che secondo me evidenzia in modo incisivo quanto sia fondamentale, nell'esortare un figlio allo studio, la sensibilità dei genitori: "io non sono genitore ma sono figlio e mi ricordo bene che con me, per farmi studiare, bastava la minaccia dei miei genitori di non mandarmi al campo. Mi minacciavano di togliermi la cosa che amavo di più. Giusto o sbagliato non saprei, quello che so è che se mi avessero tolto il calcio mi sarei fatto bocciare per dispetto. Alle superiori i professori non volevano farmi uscire prima per partecipare alle partite così gli dissi che avrei smesso di andare a scuola e i miei genitori convinsero i professori a lasciarmi uscire. Non per accontentare me, sia chiaro, ma perché sapevano che non potevano farci niente. Amavo giocare e non mi piaceva studiare... tutto li. Ad oggi lavoro e non sono mai stato disoccupato, studio libri di calcio perché mi piace, alleno e come tutti gli istruttori sono consapevole che lo studio deve venire prima di tutto. Però penso anche che se una cosa ti piace farla la fai bene, altrimenti bisogna accontentarsi. Non tutti diventeranno studiosi e laureati ma chiunque si può realizzare se trova la sua vocazione. Ps: solo con la minaccia non mi hanno mai bocciato e mi sono diplomato con 74/100 che mi hanno permesso di partecipare e vincere il concorso che oggi mi da uno stipendio decoroso. Fortunato si, ma ad avere genitori che sapevano come prendermi e cosa pretendere."



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